L’oggetto del mio sogno: una strisciolina di carta, piegata in otto, scritta a mano.
Come quella che riposa in qualche tasca dei miei portafogli da tanti anni a questa parte. Come quella, ma enorme. Sta in piedi grazie alle pieghe, un paravento lungo decine di metri in questo spazio scuro tra palazzi neri e senza finestre.
Un muro a zigzag, alto almeno tre metri, in cui si stagliano parole in corsivo, inchiostro blu royal di una stilografica che ricordo bene.
Vedo solo quattro segmenti, i primi due e gli ultimi due. E le parole sono chiarissime, parole che so a memoria, che odio, e da cui non so staccarmi. Parole che dimentico di giorno, ma che tornano in questo spazio notturno a perseguitarmi.
“Non ho la forza” e “Ti amerò per sempre”.
Nelle biografie di Ottorino Respighi si legge che nasce a Bologna nel 1879, che studia sotto Luigi Torchi e Giuseppe Martucci e poi si perfeziona a San Pietroburgo con Rimskij-Korsakov. Il primo nome è particolarmente significativo.
Luigi Torchi è tra i fondatori della Rivista musicale italiana (1894), a cui collabora, tra gli altri, il musicologo veneto Oscar Chilesotti, e il curatore dell’antologia L’arte musicale in Italia (Ricordi), che pubblica con intento filologico musica italiana antica. È un’impresa collettiva che anima alcuni musicologi italiani proprio negli anni in cui Respighi si forma, e che gli è verosimilmente nota attraverso il maestro.
Respighi scrive tre suites di Antiche danze ed arie per liuto, nel 1917, nel 1923 e nel 1931. I brani li trae da edizioni moderne di intavolature per liuto e per strumenti affini, come quelle curate da Chilesotti, e affidandoli all’orchestra moderna. Ma le tre Suite sono tre gradini diversi nella stessa scala di operazioni. Le voci della musica antica restano, cambia la massa sonora che le porta.
La Suite n. 1 è la più raccolta. Una piccola orchestra, con due flauti, due oboi, corno inglese, due fagotti, due corni, tromba, arpa e clavicembalo, oltre agli archi. La proiezione è qui la più vicina all’originale: lo spazio sonoro cresce di poco rispetto alla sonorità ravvicinata del liuto, e il clavicembalo mantiene un legame diretto con il suono antico.
La Suite n. 2 è la più ampia. Tre flauti (il terzo anche ottavino), due oboi, corno inglese, due clarinetti, due fagotti, tre corni, due trombe, tre tromboni, timpani, arpa, celesta e clavicembalo, oltre agli archi. Ma ciò che conta è come l’orchestra viene usata. Nel terzo movimento le quattro voci della fonte vengono distribuite tra timbri diversi. I contrasti di colore le isolano con una nettezza quasi scientifica. La proiezione delle voci del liuto sugli strumenti dell’orchestra evidenzia la struttura della polifonia originale.
La Suite n. 3 è scritta per soli archi: un organico ridotto, quasi ascetico, in cui la linea melodica è depurata da qualsiasi colore orchestrale. La massa sonora torna a essere minima: la geometria delle voci è la stessa, ma la resa sonora è più vicina a quella del liuto.
Un esempio chiaro di questa proiezione si trova nel brano Campanae parisienses, di autore ignoto, parte del terzo movimento dalla Suite n. 2. Una polifonia a quattro voci originalmente scritta per liuto, uno strumento intimo, da camera, con una sonorità discreta e ravvicinata, viene mappata sull’orchestra moderna mantenendo invariate le voci e le loro posizioni ritmiche.
Il risultato è un oggetto sospeso, né antico né moderno, né intimo né monumentale. Dopo Campanae, Respighi inserisce un’Aria a quattro voci, attribuita ad Anthoine Boësset e riportata da Marin Mersenne nella sua Harmonie universelle del 1636. Poi riprende le Campanae: il movimento ha così una forma ad arco (campane, aria, campane).
Alla sequenza armonica elementare delle Campanae l’Aria aggiunge un sapore modale soprattutto nelle cadenze, a fine frase. Nelle Campanae la linea è affidata ad arpa e celesta: l’attacco metallico della celesta e il suono più sostenuto dell’arpa, con la sua risonanza lenta, richiamano insieme il colpo e il suono prolungato di una campana. Il resto dell’orchestra fa da sfondo, e i timbri sono isolati con una nettezza che impedisce alla musica di suonare antica, anche quando, nell’aria, le conclusioni delle frasi riportano a sequenze armoniche desuete.
È questa variazione di scala con la struttura invariata che rende interessante il confronto con De Chirico. Nei dipinti metafisici degli anni Dieci, De Chirico isola oggetti storicamente riconoscibili, colonne, statue, un guanto, e li posiziona in spazi geometrici privi di contesto temporale. L’oggetto non evoca il passato da cui proviene: ne rivela la struttura geometrica, liberata dal contesto che normalmente la nasconde. È la stessa operazione della Seconda Suite: la melodia rinascimentale non evoca il Rinascimento, ma mostra la propria ossatura, fredda e precisa, sotto la luce dell’orchestra moderna. Il passato, per Respighi come per De Chirico, non è un peso sentimentale ma un sistema di riferimento geometrico.
Da qui la consegna da cui nasce il brano con cui si apre questo post. Prendi un oggetto quotidiano e piccolo (una cartolina, un francobollo, una striscia di carta, una fototessera) e descrivilo in una frase di dieci parole. Ora immagina lo stesso oggetto grande quanto una piazza o una cattedrale e riscrivilo, senza limite di lunghezza. Devono restare invariati la struttura dell’oggetto, il numero e l’ordine delle sue parti, la loro posizione reciproca: se nella versione piccola c’era un dettaglio in alto a sinistra, nella versione grande deve esserci ancora in alto a sinistra, solo molto più grande.
Devi dire da quale punto di vista osservi, perché da lì dipende cosa vedi. A grande scala puoi nominare dettagli che prima erano sotto la soglia di percezione (la grana, la scrittura, un segno): non devono però contraddire la struttura. Infine accorgiti di cosa non puoi più vedere o fare: la scala non cambia l’oggetto, cambia la tua presenza davanti a lui.
Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente parlava di Ravel, mentre il successivo tratterà di nuovo di Ottorino Respighi.