I due camminavano lungo i portici di Strè Mażôra, parlando. L’oggetto della conversazione era quanto a lungo si sarebbero fermati a Bologna.
Da un lato, Carlo sperava di poter ripartire presto per tornare in Umbria. Non parlò in mod espléccit del nuovo incontro con Crawley, ma il contenuto deludente dell’ultimo messaggio gli faceva sospettare che il pericolo ormai non fosse più in agguato. Gli sembrava chiaro che i terroristi avevano cambiato stratagî, e nella nuova lui non aveva alcun peso.
Dall’altro, Ermanno stava aspettando l’apuntamänt con Chiara, ancora senza data, ma che sicuramente si sarebbe svolto nel capoluogo emiliano. E poi? Ermanno non lo sapeva. Non era certo che l’Umbria sarebbe stata il luogo in cui andèr in avànzi. Forse l’estero, forse qualche altra città italiana, forse Bologna stessa. Ma voleva aspettare l’incontro per capire come, e dove, procedere.
Carlo non aveva fretta, voleva riprànder a insgnèr, a settembre, ma un’estate a Bologna, ancorché torrida, non gli dispiaceva. Ricordava gli anni di università, a Perûsa: Bologna era sempre stata il mito degli universitari, la zitè d i żôven. Un’estate da giovani: perché no. Poteva permettersi di aspettare che cosa avrebbe deciso Ermanno. Glielo disse, intanto che passavano sotto la Garisànnda.
Il Concerto in Sol di Maurice Ravel è uno specchio fedele del suo autore. Nato dopo il viaggio negli Stati Uniti del 1928, in cui il compositore viene in contatto con il jazz e con la musica afroamericana, il concerto ha tre tempi, com’è d’uopo. Il primo e il terzo sono ricchi di suggestioni moderne, ritmiche. Ravel rilegge le esperienze americane, ma sempre con uno sguardo fedele alla propria identità.
Che è un’identità francese, indelebilmente. Il concerto, pare lo abbia affermato Ravel stesso in un’intervista, è nello spirito dei concerti mozartiani, o francesi, alla Saint-Saëns: un jeu, in cui il pianoforte deve divertirsi, giocare, risplendere, senza perdersi nel titanismo, nell’agonismo romantico.
E questo spiega il primo e il terzo movimento. (L’intero concerto è, ad esempio, qui).
Il secondo movimento, Adagio assai, è un altro mondo. L’amica pianista e dedicataria Marguerite Long testimonia il lavoro assiduo, estenuante, di scrittura e riscrittura di una partitura di un’apparente semplicità disarmante.
Il tema, lunghissimo e poco memorizzabile, è una semplice linea melodica, essenziale: ogni nota pesata e scelta. Il tema “scorre”, e quasi non si avverte la cura con cui ogni passaggio è stato progettato. Il modello dichiarato è il Larghetto dal quintetto con clarinetto K581 di Mozart. Anche qui un lungo tema, anche qui un tempo ternario, anche qui modulazioni, cadenze d’inganno, momenti di dialogo, e il lungo tema che riemerge qua e là, legando tutto.
E su questo, o sotto questo, Ravel aggiunge un’ambiguità ritmica che quasi non si avverte. La melodia della mano destra tocca ognuno dei tre quarti della battuta. L’accompagnamento della sinistra è invece un valzer lento e reticente: nello schema basso-accordo-accordo, che si ritrova in tanti valzer chopiniani, Ravel sostituisce gli accordi con bicordi, risparmiando note. Ma l’unità del valzer è l’ottavo, non il quarto. Il basso batte ogni tre ottavi, e in una battuta la sinistra fa due giri di valzer mentre la destra conta tre quarti. Due gruppi di tre contro tre gruppi di due.
Si tratta di una coesistenza di ritmi diversi. Si incontrano all’inizio di ogni battuta, ma poi si perdono e si rincorrono fino al prossimo incontro. E questo rende la melodia ancora più fluida, scorrevole, una serie di momenti unici, e non più una ripetizione schematica di strutture. Ma è precisamente giocando con strutture rigide e irriducibili che Ravel arriva a far perdere all’ascoltatore il senso di struttura. E a immergerlo in un flusso essenziale quasi ipnotico di note che sembrano non andare da nessuna parte.
Questo brano che suona neoclassico, contiene in realtà germi di tensione, o punti di rottura, in tutte le dimensioni. Melodiche: una melodia infinita, difficilissima da memorizzare, apparentemente casuale nelle sue peregrinazioni. Armoniche: modulazioni inconcludenti, sequenze modali. Ritmiche: l’abbiamo già vista, questa sovrapposizione di ritmi binari e ternari. E timbriche: l’interazione tra un pianoforte veramente solista e un’orchestra che danza al ritmo della mano sinistra, fornendo voci alternative alla mano destra, quando questa si perde in arabeschi. Un esempio è il delizioso momento in cui il corno inglese riprende il lungo tema. Qui si sostituisce alla mano destra del pianista, impegnata in arpeggi e accompagnamento.
Anche tutto questo è specchio del compositore Ravel. Un ingegnere della struttura, del suono. Uno sperimentatore perfezionista, che cerca, e trova, un modo di far musica dicendo solo ciò che intende dire, nulla di meno, ma nulla di più.
Ravel non è un compositore prolifico, rispetto ad altri contemporanei. Non ha un apprendistato esclusivo con un maestro, ha alcuni allievi, ma per tempi brevi. Si permette di declinare la richiesta di George Gershwin di poterlo prendere come allievo, rispettoso della sua spontaneità e originalità. Pur riconosciuto, è appartato, ed è lui stesso a ritirarsi a Montfort-l’Amaury, fuori Parigi, finché la malattia gli toglie gradualmente la possibilità di dire o di scrivere ciò che sente ancora suonare nella testa.
Dire solo ciò che si intende dire ha un costo: l’estenuante lavoro di scrittura, un catalogo relativamente limitato, un certo isolamento, e infine un silenzio non voluto. Ma la sua cura quasi maniacale per il dettaglio e per la qualità sonora e l’orchestrazione (lo vedremo nel prossimo atto) fa di quel catalogo un tesoro di esperimenti riusciti.
La consegna da cui nasce il piccolo brano con cui inizia questo post è questa. Scrivi un testo breve, una pagina al massimo, in cui la struttura sintattica è classica e ordinata: frasi ben costruite, punteggiatura precisa, un argomento che si sviluppa linearmente. Ma il lessico deve contenere parole che non appartengono al registro del testo (termini tecnici, arcaismi, colloquialismi, lingue diverse) inseriti in modo che non rompano la struttura ma creino una tensione sotterranea. Chi legge deve sentire che sotto la superficie ordinata c’è qualcosa di diverso, magari non facilmente comprensibile, ma identificabile.
Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente parlava di Debussy. Il successivo sarà ancora su Ravel.