Pensa al peggiore

Pensa al peggiore

Ho letto di recente un commento di qualcuno, che non conosco e non cito, rispetto alla manifestazione di qualche giorno fa a difesa della famiglia.

Un commento che suonava più o meno letteralmente così: “abbiamo il dovere di impedire che i diritti che abbiamo come famiglie vengano estesi ad altri che non sono come noi”.

Che, da un certo punto di vista, non fa una piega, se parliamo logicamente di proprietà di insiemi distinti. Se vogliamo distinguere B da A non possiamo dare ad entrambi le stesse proprietà.

Il problema è che si parla di diritti di persone, che non sono proprio la stessa cosa.

Io ho provato a pensare a chi avrebbe potuto affermare cose del genere. Quali personaggi, magari in altre circostanze, parlando di altri diritti e di altre diversità, avrebbero potuto avere sulle labbra una frase del genere.

Non ho la presunzione di interpretare le parole di Cristo, c’è chi è ben più esperto e titolato di me. Ma a me sembra che l’intera vicenda di Cristo vada nella direzione di estendere i diritti di primogenitura a tanti altri rispetto ai vecchi primogeniti, che non l’hanno poi presa tanto bene. Anzi maluccio, e anzi probabilmente la fine non troppo naturale della vicenda umana del personaggio in questione la si deve proprio alla reazione di chi non voleva che i propri diritti fossero messi in discussione. Ma forse mi sbaglio.

Ho provato un po’ a cercare tra i mahatma del nostro tempo, un volto sulle cui labbra quelle parole potessero star bene.

Non ci sono riuscito.

Ho invece trovato che si addicono straordinariamente alla figura di Jefferson Davis, se parla al posto di “famiglie” mettiamo “bianchi”. Si addicono anche bene a Benito Mussolini, se al posto di “famiglie” mettiamo “maschi”. E, più recentemente, mi pare che, se usiamo al posto di “famiglie” l’espressione “fortunati, nati in un paese ricco, e non in necessità di fuggire da guerre o carestie”, ci siano nell’attualità esempi particolarmente illuminati di difensori dei diritti di chi ce li ha già.

(Difensori dei diritti di chi ce li ha già… pensiamoci).

Ora io non vorrei dar ragione a Eco. Però un po’ sì. Ma anche un consiglio a te: prima di scrivere, di lasciare una traccia indelebile di te sulla rete, prova a

  1. riflettere che probabilmente non sei tanto originale da dire codeste parole per primo
  2. e allora chiederti chi è colui, o colei, che codeste parole le ha già pronunciate, lasciate ai posteri
  3. e, se ti viene il dubbio tra due o tre, scegli il peggiore, il più feccia, il più degrado
  4. e infine chiediti se hai ancora voglia di abbandonarle in eredità, codeste tue preziose parole, nella forma che avevi pensato.

Così, proprio solamente a livello di metodo. Magari sì, sono parole sensate e basta solo dargli una rimescolatina e le asperità si sistemano. Magari no.

A livello di merito, ci sto pensando. Sto pensando a qualcosa da dire su questo. Finora mi sono incagliato sul punto della testimonianza. In breve, e di nuovo potrei sbagliarmi, mi pareva che la richiesta che Gesù diede ai suoi discepoli non fosse di negare diritti ai diversi, ma di testimoniare un amore talmente grande da essere impossibile da capire (e infatti gli apostoli non avevano capito bene) e da limitare. Aveva parlato di sandali e di polvere, non di murare in casa chi non gli apriva. Di sale della terra, non di fortezze bastiani. Così, stavo elaborando su questo, forse un giorno scriverò qualcosa che vada al di là della momentanea impressione che questa cosa renda la famiglia che si vuol difendere un po’ più antipatica. E renda il lavoro di testimonianza di tanti, che la propria famiglia cristiana la vivono come sale e lievito, un po’ più difficile. Come se ce ne fosse bisogno. E inutilmente, perché le battaglie contro i diritti sono battaglie perse, invariabilmente.

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