Indietro carpiato

Indietro carpiato

E’ stato con Edith (lo so, non vi ricordate chi è Edith: leggetelo qua) che ho comprato l’autoradio con l’USB. E poi mi sono fatto la chiavetta con la storia della musica da Caterina Valente a David Guetta. Chiavetta nera. Poi ce n’è un’altra, la preferita dei miei figli con le musiche di John Williams, blu a forma di braccialetto di gomma che quando è attaccato al lettore penzola e tremola.

Siccome il 50% del tempo che passo in macchina, lo passo coi miei figli, i quali al 50% del tempo che sono con me in macchina mi tempestano di domande tipo quanto fa novemila per novemila o perché Voldemort non ha il naso o ma quella è una honda, avere una chiavetta blu che nel 25% del tempo mi consente di guidare pensando a schivare le buche, peraltro abbondanti sui miei tragitti, è effettivamente indispensabile.

E poi un giorno mi rompo e gli dico no, abbiamo sentito la chiavetta blu per ducentoquarantatreggiorni di seguito, sant’ermengarda, mezza giornata di chiavetta nera me la lasciate. Che poi non dicono mai di no perché ci sono anche i Beatles e i 360 Gradi feat Fiorello, a trovarli fra un migliaio di canzoni. Ora va molto la funzione shuffle, che a loro piace perché non sentono mai lo stesso cantante/gruppo di seguito e a me consente di non mentire quando dico che non si può riascoltare la canzone già finita.

Tutta questa introduzione per dire che questa benedetta funzione shuffle, l’altroieri, mi si è rivoltata contro nel mio tentativo di un percorso rilassante. Stavo tornando a casa dal lavoro dopo cinque ore in classe e due al computer a preparare grafici, stavo tornando a casa solo, e dopo aver sentito qualche battuta di un programma radiofonico sull’unica emittente che ho memorizzato (Radiouno), ho pigiato il tasto del lettore USB.

Prima bomba: Cranberries. Sono volato indietro di vent’anni, forse diciannove. Estate da solo a studiare a memoria masse e decadimenti degli adroni, in collina: unica compagna Radio Musichiere che ogni mezz’ora in rotazione aveva Zombie. Lo sapevo che era roba che non serviva a nulla, ma per vedere contento il prof dai piedi piccoli, si studiavano anche a memoria. E via di zombi. E a pranzo, cordon bleu surgelato e zombie. Insalata e zombie. L’anno dopo, stesso appartamento in montagna, tesi, Fools Garden. Ma quell’anno erano Cranberries. Scaraventato all’epoca dell’università, nelle note di quella chitarra distorta tante domande, tante risposte, tanto di uguale e di diverso dall’oggi.

Black ora. Wonderful life, l’unica sua canzone che conosco. Superiori, anche se non ricordo dove, se nello scantinato di fianco ai gabinetti degli ultimi due anni, se nell’edificio della scuola elementare della terza o nel palazzone dell’enel del biennio. Superiori col Maino che ballava il moonwalk tra i banchi, il Calo che lo sfotteva con Prince, il Maffo che mi passava i Beatles. Tutti ascoltavano i pinfloi e sapevano a memoria i titoli del doppio. E io in gita a Parigi ascoltando Alchemy col walkman esploravo nuove vie insegnando al gentil sesso a giocare a briscola in cinque in pullman.

Poi arriva Bertoli, Eppure soffia. Altro salto indietro, serate intorno al fuoco, chitarra, canzoni e faville, fresco di brezze montane e folate di fumo di legna. Era una delle canzoni che piacevano di più a Giovanna, non è che me l’abbia mai detto, ma l’impressione che mi è rimasta è questa. E quanto sarebbe bello poter rivivere quei momenti di trent’anni fa con la consapevolezza di oggi.

Improvvisamente sulle note di uno degli ultimi Coldplay, la macchina del tempo si è inceppata, e mi sono trovato bloccato laggiù, in fondo, al fuoco di bivacco, in gita a Parigi, all’università, e mi sono visto dal passato, guidavo una panda nera con due seggiolini dietro, avevo qualche capello grigio. Mi guardavo da allora, come ribaltato, come si vede in un tuffo all’indietro.

E la cosa che più mi ha impressionato, del me stesso di un futuro dal passato, era il sorriso. Perché lo conoscevo, lo conosco quel sorriso, so quel che c’è dietro: quegli anni saltati nel tuffo, gradini che ho comunque dovuto salire. E la luce negli occhi, che non si è spenta, quella l’ho riconosciuta. Mi ha sorpreso vedere che non sono le stesse cose di allora ad accendere il mio sguardo oggi. Però posso dire che mi sono sentito bene pensando che non mi sarei tradito, che non mi sono tradito nel cercare di mantenere una luce negli occhi.

Non sono finito nel fosso e mi sono ripreso subito, neh.

Oh sì, sarebbe bello rivivere il passato con la consapevolezza del presente. Ma quanto fa bene, a volte, o male, altre, il momento in cui si vede il presente con gli occhi ingenui e pieni di speranza di chi si trova ancora dalla parte della propria storia a cui ci si volge nei ricordi! Le rughe le vedi tutte, tutte. Quelle sulla fronte come quelle intorno alla bocca. Ma se quel me stesso di allora potesse vedermi oggi, quale sarebbe il suo giudizio?

E ora, pronto per altri duecentoerotti giorni con la chiavetta blu.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.