V.A.P.

V.A.P.

Il periodo natalizio, per chi ha figli alla primaria o alla materna, si contraddistingue dall’apparire in casa dei lavoretti costruiti a scuola e di cui, normalmente, i bambini sono abbastanza orgogliosi.

Non è una novità. Ricordo che per me alla scuola elementare il periodo natalizio era periodo di odore di vernice spray, vinavil, spago, e conseguenti finestre aperte (e freddo in aula come fuori).

Non ricordo che cosa produssi, alle elementari (assolutamente non so nemmeno SE produssi, alla materna).

Qualche cosa sì, torna dai ricordi, in realtà, e secondo me il modo in cui la mia memoria selettiva ha trattenuto certe cose è significativo perché già da allora alcune cose suscitavano il mio interesse e la mia curiosità, e ancora lo fanno, mentre altre scivolavano, come scivolano oggi.

Tre dettagli.

Uno: costruire un’abat-jour usando una bottiglia: forare il vetro per far passare il cavo, i collegamenti elettrici nel portalampada.

Due: gli abbinamenti di colore che la maestra voleva per gli addobbi. Rosso con oro, blu con argento. Non so in base a quale regola scritta o non scritta, però aveva ragione.

Tre: V.A.P. Bacche rosse due su tre. Spine due su tre. Velenosi due su tre. I tre rametti, le tre piante delle decorazioni: vischio, agrifoglio e pungitopo.

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Chissà perché questi tre elementi sono rimasti impressi proprio a me. Chissà cosa è rimasto invece ai miei compagni di classe di allora. E però, sono elementi che riconosco come miei.

Prima conclusione: non si sa mai.

Come ha detto un apprezzatissimo docente di fisica ai miei studenti in visita al dipartimento, è nella ricchezza di stimoli che possono nascere tante idee.

Certo, e talvolta gli stimoli sono già presenti, basta solo indicarli. Basta solo far notare i dettagli, per inchiodare l’attenzione su qualcosa che altrimenti non avremmo visto, forse nemmeno di sfuggita.

Seconda conclusione: proprio perché non si sa mai, non bisogna perdere i dettagli, non bisogna lasciarli sfuggire, a noi stessi e poi a coloro che amiamo.

Ecco, allora la mia attenzione è su V.A.P., vischio, agrifoglio e pungitopo.

Che mi ricordano il Natale delle elementari, ma forse possono essere anche una figura del Natale di oggi. Non si sa mai.

Non si sa mai che, a guardarlo bene da vicino, il Natale, non si scopra qualche dettaglio che non sa di pandoro, che invece punge, o difficile da digerire, che ti avvelena un po’ il “clima natalizio”.

Non si sa mai che, a leggere attentamente il racconto di quella notte, non ci si renda conto di cosa parla, ancora oggi, sempre verde.

Non si sa mai che veniamo inchiodati, attraverso i dettagli, al gioco di umanità e di disumanità che si consuma quella notte. Alla strana strategia del divino, qualunque cosa questo significhi per ciascuno, che entra in gioco e sceglie, tra le due, la prima.

Non si sa mai che ci accorgiamo che coloro che parlano di “tradizione” sono quelli che chiudono il catenaccio delle loro case mentre una donna straniera che sta per partorire bussa e viene respinta. Che i nomadi pastori vengono per primi interpellati e per primi rispondono. Che se questo raccontato ci sembra un mondo capovolto, è pur vero che c’è un altro punto di vista per cui quello capovolto è il nostro.

Mi punge, mi avvelena, la ghirlanda del Natale. Eppure per me è con questo verde, con queste bacche colorate che fin da allora, dalle elementari, è fatta. Anche attraverso, o nonostante, i riti dei regali, i riti della religione, i riti delle vacanze, dell’inverno, della consuetudine. C’è sempre una fogliolina che buca il guanto, una pallina bianca o rossa dal gusto amaro, che ribalta il punto di vista, come se una ghirlanda rotonda davvero non potesse avere un alto o un basso, una destra o una sinistra.

Terza, ed ultima, conclusione: tanti cari auguri. Di vischio, agrifoglio e pungitopo.

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