Duepuntozero

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In questo periodo estivo, anche se ufficialmente da un paio di giorni sono in ferie, sto cercando di continuare ad aggiornarmi. Anche perché, come dicevo altrove, credo di non essere ancora tanto schizofrenico da essere coinvolto da ciò che accade ai miei alunni per undici mesi all’anno e dimenticarli completamente il dodicesimo.

E aggiornandomi mi sono accorto di quanto si parli oggi (nelle comunità virtuali dei colleghi) della Scuola 2.0.

Che vuol dire, credo di aver capito, l’introduzione nella prassi didattica delle tecnologie informatiche e degli ambienti di apprendimento che tali tecnologie permettono.

Il mio giudizio? All’80% una moda, che comporta un grosso giro di denaro, con qualche principio meritevole di approfondimento, una sperimentazione avviata e in corso in paesi con sistemi scolastici assolutamente diversi dal nostro, mentre da noi non mi pare ci siano ancora studi significativi. Che come tutte le mode didattiche ha i suoi fanatici sostenitori, a tutti i livelli, e i suoi assoluti oppositori nel nome di una tradizione più mitologica che reale.

Un’analisi che ho trovato interessante e condivisibile è quella che, nell’ambito di una videolezione sulla “flipped classroom” (commento: un’altra moda nella moda), si trova qui.

Sostanzialmente, la tesi che si sostiene è che il modello di lezione che è stato assolutamente predominante fino, direi io, agli anni ’70 (ed è ancora presente in modo abbastanza importante, nonostante sia stato modificato, modernizzato, reso più interattivo e ibridato con altre metodologie) nella scuola italiana è antico come il libro: la lezione come spiegazione di un libro (testo ed eventualmente figure) che inizialmente non era fisicamente disponibile ai discenti, poi lo è diventato richiedendo però una interpretazione. Quindi, se riteniamo che la multimedialità e le potenzialità di creazione, strutturazione, elaborazione di contenuti che le tecnologie informatiche oggi offrono possano costituire una rivoluzione paragonabile a quella che l’introduzione del testo scritto ha portato nella didattica, è legittimo pensare che una scuola che usa, sfrutta, si avvale di tali tecnologie debba rivoluzionare il proprio modo di insegnare.

Se.

Nel senso che il primo dubbio che mi viene è che non si tratti davvero di un voltar pagina, ma piuttosto di un allargare il foglio. La multimedialità eccetera eccetera non sostituiscono minimamente il testo scritto, l’immagine statica. Come insegnante non mi sento di prendermi la responsabilità (e non penso che la Scuola possa pensare di assumersela in quanto istituzione) di scegliere quali canali aprire e quali chiudere: è mio compito offrire tutti i canali disponibili, nuovi e vecchi.

Al di là di mode e modelli, ci sono alcuni aspetti che personalmente ritengo insoddisfacenti del mio modo di fare scuola, anche se è un modo molto simile a quello degli altri miei colleghi del mio istituto. E io credo che mi sia utile rifletterci, cercare di trovare soluzioni, sperimentarle.

Sperimentare: un verbo doveroso, ma, credo, con tutta la cautela di chi sa che i propri sbagli, per quanto in buona fede, non li pagherà in prima persona. Quindi uno sperimentare in cui ho bisogno di tanto studio e aggiornamento, per vedere quello che altri hanno fatto o stanno facendo e capire cosa può essere utile con le mie classi, coi miei alunni e le mie alunne; in cui ho bisogno di confronto con i colleghi, perché sono parte di un istituto; in cui ho bisogno di piccoli passi, per cambiare qualcosa e di questa variazione misurare l’impatto.

In quali direzioni mi muoverei?

La prima è quella della gestione del tempo. Le ore a disposizione sono poche: vorrei riuscire a seguire meglio i tanti alunni che ho in classe, ma tra spiegazioni, necessarie, e verifiche, altrettanto necessarie, non so proprio come fare. In questo senso io credo che alcune risorse tecnologiche e metodologiche possano essere utili. Altre io credo siano devastanti nel senso che probabilmente possono portare a un ottimo livello di apprendimento ma richiedono quantità di tempo tali da amputare in modo inaccettabile lo svolgimento dei programmi, che nonostante tutto vanno portati avanti.

La seconda è quella del coinvolgimento degli alunni, della motivazione. E’ abbastanza legata alla precedente, nel senso che almeno nel liceo in cui insegno gli stimoli culturali, storici, filosofici, i contatti con le altre discipline, la contestualizzazione, i testi originali… sono tutte cose che riscuotono interesse, che aprono porte nelle menti e nei cuori degli studenti. Ma richiedono tempo, collaborazione tra docenti, approfondimento. Sono convinto che alcuni ritrovati tecnologici e metodologici possono aiutare.

La terza è quella della valutazione. Io mi sento sempre a disagio nell’assegnare un voto unico a una verifica che mette in evidenza una serie spesso molto ampia di conoscenze e competenze, variamente sviluppate. Io vorrei dire ai miei studenti: questa cosa la sai benissimo; quest’altra meno; questa non l’hai proprio capita. Invece è: cinque. Sei. Nove. Lo è per me, e soprattutto per gli studenti e le loro famiglie. “Sì, va bene, ma quanto mi ha dato?” “La media quanto viene?”. Anche in questo caso io credo sia possibile lavorare più per competenze; è un impegno gravoso, certamente, ma credo valga la pena. E le tecnologie possono aiutare.

Come? Non so, è una riflessione che ho iniziato, qualche idea ce l’ho. C’è ancora un mese abbondante per sviluppare il mio 2.0 per l’anno prossimo.

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