Chiediamoci il meglio

Chiediamoci il meglio

E’ sempre qualcun altro a chiederci di adattarci.

O forse fa molto comodo proporre l’ennesimo livellamento al ribasso come un adeguamento a come stanno le cose in Europa.

Fatto sta che, ancora una volta, si parla di ridurre il percorso scolastico di un anno, “perché in Europa si fa così”.

Rispetto all’Europa, però, l’Italia ha qualche caratteristica particolare. Non mi risulta che in altri paesi europei vengano sciolti d’autorità organi elettivi per collusione con la criminalità organizzata. Non mi pare di aver sentito che in altri paesi le forme di devozione popolare si inchinino, fisicamente o metaforicamente, al potente locale, magari anch’esso affiliato a forme di criminalità organizzata.

E mi pare di poter dire che si tratti della punta dell’iceberg, un iceberg che viaggia tranquillamente lungo le autostrade italiane da nord a sud, da est a ovest, isole comprese. L’iceberg di una vera emergenza culturale che dai tempi del boom degli anni Ottanta è stata più cavalcata che affrontata e che ora ci ritroviamo in giardino, più o meno tutti quanti.

Dov’è che insegniamo ai nostri giovani il senso dello Stato, delle istituzioni, della convivenza civile, delle regole, dei diritti e dei doveri?

Allora, smettiamola di far finta che l’Europa ci chieda un percorso scolastico di dodici anni e non di tredici. L’Europa, quella a cui l’Italia ha contribuito fin dal dopoguerra, vuole un Italia europea. Vuole che superiamo le nostre emergenze culturali, una buona volta. Vuole che investiamo sulla scuola, non che continuiamo a tagliarla.

Investire vuol dire, prima di tutto, metterci soldi. E energie, idee, lungimiranza.

Il resto è disonestà intellettuale, e forse non solo intellettuale.

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