Quel che va detto

Quel che va detto

Mi segnala un amico un articolo che mi è sfuggito perché da qualche anno ormai non sono più abbonato al settimanale su cui è uscito. Niente di personale: il rinnovo dell’abbonamento era un compito che avevo affidato a mio padre, ed è una delle poche cose sue che non mi sono ripreso, in parte per pigrizia, ma solo in parte.

Poi però mi leggo queste righe, e in parte mi rammarico di non aver letto prima e di non aver risposto con una lettera di complimenti per il contributo.

Il brano che ho letto è un estratto. Intuisco che il tema sia quello dell’educazione in famiglia, dei ruoli educativi e dell’importanza che in famiglia ci siano una madre e un padre. Argomentato così…

C’è in educazione un proprio della relazione femminile (quella della mamma) e un proprio della relazione educativa maschile (quella del papà).

Avesse detto: “c’è un proprio della relazione della mamma e un proprio della relazione del papà”, mi sarei sentito tranquillo e a posto. Però… guardando alla mia esperienza, io sono diverso da mia moglie, e nell’educazione dei nostri figli ognuno di noi porta in dote tutto se stesso o se stessa. Compreso ciò che ha a che fare con il maschile e il femminile (che, però, mi dispiace, non riesco a separare così nettamente da tutto il resto, che con il maschile e il femminile ha meno a che fare). D’altra parte io sono diverso da mio padre, mia moglie da mia madre, e nella relazione educativa dei miei genitori nei miei confronti ritrovo lo specifico di mio padre e quello di mia madre, che non sono lo stesso che caratterizza il mio e quello di mia moglie nei confronti dei nostri figli. Purtroppo le carte si mescolano. E non sono nemmeno sicuro, francamente, di non fare una cosa terribile: quella di essere io stesso portatore di qualche elemento “femminile”, né di escludere categoricamente che la madre dei miei figli (la mamma!) non possa lei stessa essere latrice di specifici “maschili”. Ad esempio: il pensiero critico, ce l’abbiamo sia io che mia moglie, è un doppione: è maschile o femminile? Per sapere, così dimezziamo. O l’amore per la musica, io ce l’ho, ma per la musica un po’ più classica, mentre a mia moglie piace soprattutto la pop: dobbiamo scambiarle, secondo me, vero?  Poi io sono morbido e avvolgente, mentre mia moglie è più secca e legnosa: non va bene? Mi sento già male, ma andiamo avanti…

Quando queste due relazioni vengono disattese o sono confuse, cioè la mamma fa il papà e il papà viceversa fa la mamma, può avvenire il “disastro” educativo!

Può. Forse ci salviamo dal disastro. Nel senso che io cucino, e cerco anche di metterci qualche elemento educativo dentro, quando ho i miei figli accanto. Nel senso che io sono molto più a casa di mia moglie, per lavoro, e cerco anche, quando riesco, di far sì che la mia maggior presenza abbia un senso educativo. Nel senso che in casa cerchiamo di evitare (ma queste mode educative moderne, non so dove le abbiamo prese!) che i ruoli e le mansioni domestiche diventino caratteri sessuali terziari, mentre vorremmo che si definissero sulla base dell’efficienza, dei gusti personali, della versatilità. L’anticamera del disastro educativo. Ma “può”: forse la scampiamo.

Infatti il proprio del femminile è di far sentire i propri figli protetti perché parte di sé; è far sentire educativamente che la vita è un dono caldo d’amore; ecco la dolcezza della mamma.

Belli questi indicativi oggettivi. E’ così, punto. Ecco vedi? Quando mi sento protettivo, educativamente faccio un lavoro femminile. E dire che pensavo che mi spettasse, che spettasse anche a me. Quando dimostro dolcezza ai miei figli, faccio la mamma. Non va mica bene. E d’altra parte, è così: io l’utero che li ha portati per nove mesi mica ce l’ho; quell’utero che dopo nove mesi, con grande dolcezza, li ha cacciati fuori, in quella vita così caldo dono d’amore. Eppure, non mi sembrava male che magari, alla sera, quando mia moglie rincasa tutt’altro che dolcificata, potessi essere io a sostituirla in ciò che in quel momento lei non è in grado di dare ai nostri figli. Rinuncerò, forse. Rinunceranno loro, in realtà.

Invece il proprio del maschile è far sentire i propri figli capaci e responsabili perché parte della realtà con tutti i suoi aspetti d’impegno e di svago. La vita nell’educativo maschile si deve presentare come un compito d’amore da svolgere: ecco le regole buone del papà.

Mi sa che sono stato fregato. Io preferivo la dolcezza. Cosa devo fare? Come mi regolo? No, perché “si deve”. Quindi quando piangono: andate dalla mamma, tornate da me quando volete sentirvi capaci e responsabili. Poi non so, io ho sempre pensato di essere capace e responsabile nel fare alcune cose, mentre per altre di me stesso non mi fiderei mentre di mia moglie ad occhi chiusi. Perché a me è toccata la cosa pallosa e non a lei? No, dico, mia moglie mica è incapace e irresponsabile! Poi buone o non buone le regole sono regole: una palla al piede. Devono proprio essere le mie? Non è che magari sono più efficaci se sono quelle di papà e mamma, nell’ordine preferito? Se sono quelle della famiglia? Ma “si deve”… si farà.

Come l’infanzia-fanciullezza può essere ritenuta il tempo della madre (dolcezza), così l’adolescenza-giovinezza si potrebbe auspicare il tempo del padre (l’impegno alle regole)!

Oh che bello, allora mi riposo un po’. Devo dire a mia moglie che mi riaccendo tra otto-nove anni. Glielo dirò dolcemente, non vorrei che capisse davvero.

Questa dinamica educativa famigliare che affida a ciascuno il proprio compito non po’ (sic) essere, anche solo per comodità o per delega materna, disattesa: il rischio sarebbe minare non solo il futuro, ma soprattutto l’oggi dei propri figli.

Ora ho capito tutto: è colpa di mia moglie. E’ lei che delega. E magari per comodità. Glielo chiederò, perché delega. E mica una baby sitter donna: delega me, attenzione. Poffarbacco, che subdola, che tentatrice! mi ha persino convinto che questa delega fosse una bella cosa, che fosse un gestire insieme una famiglia, che fosse, che fosse…

Il mio amico si è dimenticato di segnalarmi il nome dell’autore. Glielo dovrò chiedere. Perché, comunque, alcune cose non mi sono chiare. Ad esempio, lui parla di mamma e papà. Poi però ci sono famiglie con solo la mamma, o con solo il papà. E mica solo perché, ohibò, mamma e papà hanno divorziato. Ecco, non mi è ben chiaro come si sfugge al “disastro” in quei casi.

E poi, ripensandoci, vorrei mi spiegasse come funzionano le cose in una famiglia come la mia. Eh sì: da noi non c’è una mamma e un papà. Ci sono una mamma e un babbo. E ci sono, entrambi, persone reali, non proiezioni in una mente maschilista di modelli educativi ottocenteschi.

7 pensieri riguardo “Quel che va detto

  1. Meno male che non hai rinnovato l’abbonamento, se questo è il livello degli articoli ! Continua a fare quello che fai, a cucinare se ti va e se il momento lo richiede, a dare dolcezza se necessaria e ad essere rigoroso quando serve, non lasciarti influenzare da stereotipi di “tate” perfette, la perfezione non esiste e quello che ha scritto questo autore/autrice non è il Vangelo.

  2. Geniale!!Hanno segnalato anche a me l’articolo…che mi ha offesa e suscitato amarezza e nervoso…invece tu,tra ironia e profondità,dici tutto quel che c’è da dire per cercare di arginare la deriva:-) E non sai quanto mi faccia piacere che venga da un padre!Grazie!!!

  3. E’ bello vedere che tutto quello che non ti abbiamo insegnato con le prediche ma hai imparato tu dalla vita in famiglia ha portato a questo risultato. Allora forse è vero che è l’esempio che conta, il fare e non solo il dire. Vai avanti così!

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