Singolare plurale

Singolare plurale

Ai miei tempi, credo, si chiamava “Disegno e storia dell’arte”. Perché allo scientifico si faceva anche qualcosa di disegno tecnico. Nel classico in cui insegno si chiama invece “Storia dell’arte”.

No, è che in questi giorni sono stato coinvolto in un giochino simpatico su Facebook, la solita catena di Sant’Antonio, in verità, ma gradevole. Ti viene assegnato un pittore (quasi unicamente, eccezionalmente uno scultore), tu scegli l’opera che preferisci, la pubblichi come status con il solito testo della catena Sant’Antonio, e via via che i tuoi contatti dimostrano di voler aderire premendo il classico “like”, tu assegni loro altri pittori e via così.

Il testo, che è quello che mi ha suscitato la presente riflessione, dice così:

Questo è un gioco per mantenere viva l’arte! Clicca “Mi piace” e io ti assegnerò un artista.

Ecco, mantenere viva l’arte. Al singolare come in “disegno e storia dell’arte”.

Ora, “le arti”, al plurale, è un’espressione che ho anche sentito usare. Le Muse erano nove, per i Greci, e per Erodoto le arti da loro presiedute erano:

  • Commedia (Talia)
  • Tragedia (Melpomene)
  • Danza (Tersicore)
  • Mimo (Polinnia)
  • Storia (Clio)
  • Astronomia (Urania)
  • Poesia epica (Calliope)
  • Poesia lirica (Euterpe)
  • Poesia amorosa (Erato)

Pittura e scultura: assenti (pur se non pare che i Greci ne fossero proprio digiuni). Presenti invece tante altre… arti che ancora abbiamo, pratichiamo, apprezziamo, alcune delle quali sono diventate discipline a sé stanti, con uno statuto più scientifico che artistico.

La pittura era presente nelle “arti meccaniche” (quelle del “fare qualcosa”) medievali, mentre la musica era una delle arti liberali (quelle dei libri – secondo l’etimologia che Chiara Frugoni ricava da Isidoro da Siviglia), mentre l’architettura è stata sballottata avanti e indietro tra le due categorie.

Allora, se quando diciamo “l’Arte” e pensiamo solo alla pittura e alla scultura, o ci dimentichiamo che le arti sono tante, o stiamo dando alle arti figurative una posizione di antonomasia assolutamente discutibile (nel senso che vedo ottime ragioni pro, ma ottime anche contro).

La cosa che mi preoccupa un po’ di più del giochino di Facebook sono diciture scolastiche come “Istituto d’Arte”, “Storia dell’Arte”, “Belle Arti” (un plurale che inganna), dove Prassitele, Canova, Delacroix e Fontana hanno piena cittadinanza, con LeCorbusier e Gropius già ci si avvicina al confine, ma di Haydn, Djagilev, Cartier-Bresson nemmeno l’ombra, e per fortuna Omero, Leopardi, Molière e Shakespeare sono già inclusi nella Letteratura, che evidentemente non è Arte.

Ecco, a parte un libro di testo completamente inutile e insegnanti di vario livello di umanità, della mia esperienza di “Disegno e storia dell’arte” ricordo soprattutto la spiacevole sensazione di aprire un solo cassetto e vederlo spacciato come l’intero comò. E probabilmente quei poveri variamente umani docenti non avrebbero potuto fare diversamente, dotati solo di un libro di supercazzole su cui avevano studiato anche loro a loro tempo e di conoscenze assai approfondite sul solo cassetto che, per tradizione, era loro stato mostrato e richiesto.

Ecco, mi piacerebbe allora un po’ di giustizia. Chiamiamola “Storia dell’arte figurativa” e facciamola finita. Diciamo che a noi in Italia interessa solo quella. Buttiamo al macero Rossini Verdi Puccini, cancelliamo Carla Fracci, chiediamo a Berengo Gardin di andarsene in Svizzera e toglierci d’imbarazzo.

Oppure rendiamoci conto che gli Uffizi o Brera non sono gli unici scrigni d’Arte del Paese, ma anche ogni piazza in cui si fa musica, si danza, si fa teatro, si presenta una mostra  di qualche altra forma d’arte non ben codificata. E cambiamo la formazione degli insegnanti, cambiamo i programmi, cambiamo la materia, magari riservandole qualche ora in più alla settimana.

E non perché siamo in Italia e l’Arte e e e il PIL, per favore.

Solo e semplicemente perché l’Arte (tutta, non per antonomasia) fa bene. E’ come un olio di bellezza sui lineamenti dell’anima. Senti una persona parlare e te ne accorgi subito di cosa usa per spianarsi le rughe interiori.

Là, l’ho detta.

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