Girotondo

Girotondo

Aspettando l’apertura di un negozio piuttosto pigro, mi sono trovato con una mezz’ora da perdere.

Sono andato a trovare nonno Ferdinando e nonna Cesira. Bisnonno e bisnonna, per la precisione.

Riposano in un piccolo camposanto in una pianura senza orizzonte, come dice mia mamma, in cui lo sguardo incontra sempre qualcosa, albero, boschetto, casolare, argine. O nebbia.

Un cimitero piccolo, racchiuso da mura antiche in cui il cancello aperto è comunque una soglia faticosa da attraversare.

A destra e a sinistra del vialetto stanno i due campi, appunto. Erba stentata tra chiazze di pesante terra nuda; poche croci di ferro arrugginito che devono aver recato, un tempo, nomi ormai dimenticati; poche lapidi sparse, di pietra nera d’umidità e verde di muschio, i segni dello scalpellino ormai persi tra quelli del tempo; due cespugli e un piccolo albero, denudati di recente da cesoie competenti.

In fondo sorge la cappella, chiusa. Ai due lati, sotto la protezione di una loggia ad archi, il muro è diviso in avelli.

Ed eccole: in alto a destra, le fotografie dei miei bisnonni, che non avevo mai visto. “Coniugi”, c’è scritto su un’unica lapide, e li immagino riposare insieme dopo aver trainato appaiati una vita che ha avuto più vomere che falce.

Poco più in là, Franco, il cugino e compagno di giochi di mio padre e dello zio Quiro.

E poi l’occhio mi cade in basso, su una fotografia di un giovane uomo sorridente. Il nome non si legge, nascosto da un grande mazzo di fiori ormai al termine della sua vana battaglia contro il tempo. Si legge la data della nascita, circa un anno prima della mia, e quella della morte, un anno e un paio di settimane fa. Attaccata alla carta dei fiori, c’è una molletta da bucato. Rosa. Con un minuscolo cuoricino di peluche. Come due dita che tengono stretto un disegno, lo ancorano all’omaggio floreale sicuro nel suo vasetto. Il disegno a pennarello di una famiglia, in tre si prendono per mano. Mamma, bimba, papà. Papà.

Ecco, io ringrazio il cielo. Per quel negozio che apre alle dieci di mattina. Per i cimiteri di campagna, in cui si rispettano i morti e i sentimenti dei vivi hanno la libertà di rimanere finché vogliono. Per quella bimba. Per quella mamma. Per quel papà.

Perché in quel disegno, aggrappato a un ricordo del primo anniversario di un’assenza terribile, c’è scritto a carioca a punta fine quali sono le cose che contano davvero, che vale la pena accumulare. C’è un’eredità di desideri.

Casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra. E’ un girotondo solo se ci si tiene per mano.

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