Il passo indietro

Il passo indietro

Avevo già scritto qualcosa riguardo un caso molto diverso, ma per certi versi non così tanto.

“Non so, lo farei, ma non lo farei. Lo devo fare o non lo devo fare?”

Questa insicurezza è terribile: dov’è finita la voce della coscienza? Quell’angioletto che al gatto Tom spunta sempre su una spalla a contrastare il diavoletto che ha sull’altra, dov’è finito? E’ andato in pensione?

Insomma, questo “passo indietro”: possibile che debbano sempre essere gli altri a chiedertelo?

Riconoscere di aver sbagliato; riconoscere di aver fatto, giustamente, un atto di obiezione di coscienza incompatibile con la funzione ricoperta; riconoscere di non riconoscersi più; riconoscere di aver fatto il proprio tempo; riconoscere di non poterne più; riconoscere che i propri sforzi sono inutili, che gli sforzi di qualcun altro possono essere più utili; riconoscere di aver capito male, di aver preso la cosa con uno spirito diverso da quello necessario…

Leggere la situazione, specchiarcisi, decidere. Resto, vado. Continuo, mi dimetto.

Altro che “se me lo chiedono”. Eh certo, se chi ti ha messo in una certa posizione poi ti toglie la fiducia te ne dovrai andare, non c’è dubbio. Ma, santo cielo, prenditi la tua responsabilità.

E non c’è storia sul fatto che “se me ne vado, lascio le cose a metà”. No, metti sul tavolo una dignità intera, che vale più delle tue cosine a metà.

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