That was just a dream

That was just a dream

E’ difficile che riesca ad associare una canzone all’anno della sua uscita. Probabilmente perché è solo negli ultimissimi anni che ho iniziato ad ascoltare la radio.

Però, inevitabilmente, ci sono alcune canzoni che fanno eccezione.

Una è questa.

L’ho ascoltata oggi e immediatamente mi è comparsa in mente l’estate del 1991, di cui Out of time, al pari del Greatest Hits degli Eurythmics, è stato per me la colonna sonora.

No, niente ricordi amorosi, anche se in realtà in zona 1991 qualcosa c’era, ma a base di notturni vintage Simon e Garfunkel.

Invece, un’estate unica per altri motivi. La prima da universitario, intanto. Una vacanza a Roseto in tenda con una compagnia insolita, quella del mio compagno di banco di cinque anni di superiori e della mia compagna di studi di quattro di università. C’era anche qualcuno che si intendeva di fotografia, un po’ mi ha contagiato e, senza saperlo, ha deciso quale sarebbe stata la reflex che di lì a poco avrei comprato (la mia mitica FM2).

A Roseto degli Abruzzi, proprio in agosto, proprio intorno al 20. Ricordo che ero io al mattino a correre all’edicola del campeggio a comprare il giornale. Eh sì, il tentato golpe, ricordate?

Gorbaciov che doveva firmare il nuovo patto federale che rifondava l’Unione Sovietica (con molto più potere alle Repubbliche federali, tanto che quelle baltiche avevano già annunciato che volevano starsene per conto proprio) fu trattenuto da un’improvvisa “malattia” nella dacia in Crimea dove era in vacanza, mentre a Mosca prendeva il potere il vice Janayev, spalleggiato dal capo del KGB e altri alti apparatcik che evidentemente non volevano perdere l’influenza del centralismo comunista; Eltsin, presidente della maggiore delle Repubbliche, quella russa, si oppose con forza ed efficacia, tanto che nel giro di tre giorni il colpo di stato era archiviato con tre sole vittime tra la gente e diversi suicidi tra i papaveri più alti. Gli effetti: la fine del PCUS, la fine politica di Gorbaciov, la fine dell’Unione Sovietica, l’ascesa di Boris Eltsin, il ritorno sullo scacchiere internazionale della Russia in quanto tale.

Il tutto intanto che i R.E.M. cantavano Losing my religion dagli altoparlanti di tutta la riviera adriatica. E ovviamente avevano ragione loro.

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