Global

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Ieri, passeggiando sulla Diagonal, ho notato tanti grandi marchi: la multinazionale francese del bifidus, quella americana dei film d’animazione, quella giapponese delle scarpe da ginnastica (ai miei tempi si chiamavano così), eccetera eccetera. Non li nomino perché non ce n’è bisogno: sai benissimo di cosa parlo, ce li abbiamo anche noi a casa nostra e probabilmente si trovano ormai in ogni angolo del globo terracqueo, per quanto paradossale questo possa sembrare (anche lessicalmente).

Poi sono arrivato nei laboratori di Javi, dove hanno fatto ricerca, o la fanno tuttora, giovani argentini, cileni, portoghesi, italiani, oltre che spagnoli di tutte le regioni, ieri è arrivata A. dal Michigan con una borsa Fullbright, ed è atteso un altro ricercatore dal Costa Rica (“Costarrrìca”).

Ecco, mi sembrano due modi diversi di intendere la globalizzazione. La prima ha come obiettivo vendere in tutto il mondo prodotti probabilmente di un buono standard qualitativo, conosciuti da tutti. La seconda costruire sapere e comunicarlo.

Ognuno poi è libero di scegliere le scarpe che vuole, di guardare i film che preferisce, di mangiare gli yogurt che più si addicono alla sua digestione. Però posso assicurare che, nel mio piccolissimo e per quanto poco ancora durerà, non c’è merce che possa darmi la soddisfazione di far parte di un gruppo di ricerca del genere.

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