Dedica

Dedica

Di Axel mi fido. Oltre ad avere una lista quasi imbarazzante di pubblicazioni, è un fine intenditore di vini e di locali. Così quando oggi mi ha detto che conosceva la strada in cui alloggio perché c’è una Cerveceria Braseria Gallega, mi sono fatto un appunto mentale e ho approfittato per ascoltare il suo implicito consiglio.

Un piccolo locale, con l’etichetta Tripadvisor ben in vista sulla porta d’ingresso, due tavolini sul marciapiede, otto all’interno, ma elegante nei dettagli, mi ha quasi spaventato, finché non ho visto il menu esposto all’esterno.

Avevo con me il Giménez-Bartlett d’ordinanza, che ho leggiucchiato prima, durante e dopo la cena per appropriarmi indebitamente dell’aria nonchalante di chi è abituato a cenare da solo. La cameriera, una bella giovane rotonda dai tratti latinoamericani e un sorriso pieno di simpatia, era imbarazzata per il suo inglese, mentre io, meno giovane, dissimulavo il mio imbarazzo per il castigliano che non ho proprio sfoderato.

Con calma, come non mi capitava da tanto tempo, ho gustato una cena gustosa come da tanto tempo non mi capitava. Il vino, servito nel cestello a ghiaccio da pavimento, un albariño della Galizia, ha avvolto di aromi i sapori di mare che mi sono concesso.

Il pan de coca con escalivada, una sorta di focaccia tostata ricoperta di succulenti melanzane e peperoni grigliati freddi è stato l’antipasto, a cui è seguito un piatto di seppioline alla griglia condite con aglio, olio e prezzemolo e contorno di patate bollite.

Giunto a questo punto, ormai in estasi, mi sono reso conto del lusso che mi stavo concedendo. Un lusso a buon mercato che mi ha ricordato i luculliani pranzi del commissario Montalbano (dev’essere stata l’influenza poliziesca dell’ispettrice Delicado che ammiccava di tra le pagine del mio Sellerio).

Quando mi capita di scoprirmi dedito a una qualche forma di lusso, raramente, e solitamente all’improvviso, la tattica che ho elaborato per sfuggire al senso di colpa che inevitabilmente si affaccia sul retro della mia coscienza è di cercare la celebrazione che giustifichi il mio supposto eccesso, una dedica, una ricorrenza in onore della quale levare il calice e gustarmi l’eccellenza.

Questa volta non ho dovuto cercare a lungo: a voi che siete rientrati nelle aule della scuola, a voi che siete i miei figli che tornate oggi tra i piccoli banchi della scuola dell’infanzia, o a voi che sarete i miei alunni a gennaio, è andato il mio pensiero, la mia dedica, il mio brindisi simbolico. A voi che oggi avete ricominciato a fare ciò che sto facendo qui anch’io, lontano eppure vicino: imparare. Non perché sarete domani più bravi, belli, capaci, preparati: ma perché oggi, apprendendo, avete ripreso formalmente a fare ciò che vi auguro di non smettere mai di fare, perché vi rende, ci rende eredi consapevoli, partecipi, continuatori di un’umanità che nella sua piccolezza è stata, è e sarà ancora capace di grandi cose.

E le acciughe fritte, la delizia definitiva, l’ultimo goccio di bianco, il caffè col cioccolatino le ho dedicate a noi, che andiamo a scuola.

Prosit!

E grazie Axel.

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