Padre, madre, uno e due

Padre, madre, uno e due

Ho letto di recente la proposta di sostituire, immagino nel linguaggio ufficiale, le diciture “madre” e “padre” a favore di “genitore 1” e “genitore 2”.

Con tutto il rispetto per chi la propone, che credo abbia ragioni per avanzare tale idea, a partire da un tentativo di non discriminazione per i figli di coppie omosessuali, mi permetto di dissentire.

Se c’è qualcosa di discriminante è, per i genitori, l’essere etichettato come primo o secondo. Su che base? Chi è il numero 1 e chi è il numero 2? Perché?

Io sono padre, non sono genericamente un genitore. La mia identità sessuale fa parte della mia persona e me la porto dietro anche quando mi relaziono coi miei figli, e anzi ritengo sia un elemento importante della relazione educativa con loro. E lo stesso vale per mia moglie, che è madre e non genericamente genitore (o “genitrice”? ma allora se il nome porta dentro il genere che senso ha?).

La differenza c’è, è ovvia, ed è inutile cercare di nasconderla. Un figlio di una coppia eterosessuale ha in famiglia un padre e una madre, portatori di due identità di genere. Che questo sia indispensabile per la corretta crescita dei bambini, non lo credo, ma non importa: due sono due, una è una e non vedo come si possa negarlo, anche quando si voglia immaginare che i generi siano naturalmente tre e non due.

Se c’è ragione di inventare una “terza via”, inventiamola e battezziamo il terzo genere con il nome che preferiamo. Questo non toglie che io resto padre e mia moglie resta madre. Allora ci saranno bambini con un padre e una madre e bambini con due “x”. Il problema, se c’è, non è mai nel nome, come diceva efficacemente Romeo.

Allora, bisogna scegliere. Se riteniamo che un bambino che ha due padri o due madri sia oggettivamente svantaggiato rispetto a chi ha un padre o una madre, la soluzione non è far finta di nulla e ribattezzare i genitori “uno” e “due”. Se invece riteniamo che due padri o due madri, per il bambino siano lo stesso che un padre o una madre, non c’è motivo, di nuovo, di cambiare i nomi delle cose, anzi.

Se l’attenzione è rivolta, invece, alle discriminazioni che un bambino può subire socialmente per un motivo che non dipende da lui, come quello di avere due padri o due madri, io credo che non ci sia nessuna differenza tra tali discriminazioni e quelle che potrebbe subire per altri motivi su cui non ha controllo e responsabilità, come l’appartenenza etnica, il passaporto dei genitori, le proprie idee o quelle dei parenti, il numero di scarpe del cugino: cambiare i nomi delle cose non aiuta a vincere la stupidità, ma le permette di nascondersi.

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