A scuola nella provincia del mondo

A scuola nella provincia del mondo

Avevo visto, qualche tempo fa, una delle solite immagini-slogan, che ora non saprei ritrovare, più o meno di questo tenore:

mamma A: siccome voglio che mio figlio non incontri bambini immigrati lo mando alla scuola privata;

mamma B: e allora io mio figlio lo mando alla scuola pubblica così non incontra tuo figlio.

Segnalo soltanto l’errore lessicale sul binomio pubblica/privata che invece intenderebbe statale/parificata.

Sorvolo rapidamente anche sul luogo comune per cui nella scuola privata gli alunni siano al riparo dall’esposizione a certe realtà sociali. Sono certo che in alcune realtà questo luogo comune non corrisponda alla realtà. A occhio, però, direi che in media le caratteristiche della scuola non statale in Italia possono effettivamente costituire un filtro piuttosto pesante se non già sull’utenza potenziale, almeno su quella reale.

Lascio perdere un attimo la mamma B, su cui torno in chiusura. Ma di mamme A (e di papà/babbi, non è una questione di genere se non per il fatto che è più facile trovare mamme che si occupano della scuola dei bambini) ne conosco diverse. Magari non così estreme, magari non lo dicono al vento, ma non hanno mai avuto a che fare con persone che non abbiano un albero genealogico compreso tra le Alpi e il Mediterraneo, o addirittura tra il Po e l’Appennino, da generazioni, non hanno amici stranieri, e gli unici posti in cui potrebbero avere contatti con persone non indigene-con-pedigree sono quelli in cui c’è da fare una fila o vivere una situazione di disagio (le poste? l’ASL? l’autobus?) per cui il trasferimento e l’associazione dello straniero con il fastidio è facile e facilmente còlto.

Ed è normale, forse, che sia così. Siamo un Paese alla periferia del mondo, abituato a considerarsi centrale, ma che quella centralità l’ha persa da secoli. Siamo un Paese innamorato di sé, della propria cultura, del proprio stile di vita: basta guardare l’atteggiamento che hanno gli Italiani nei confronti del cibo, del bidet, del caffè non appena varcano il confine. Siamo i provinciali del mondo, e non riusciamo a vedere, non riusciamo a capacitarci di quel che succede negli altri Paesi, quelli che da decenni, da secoli vivono le ricchezze e i problemi dell’immigrazione e dell’integrazione, nonostante i film, nonostante la letteratura, la musica e tutte le altre forme culturali che comunque da là ci raggiungono.

Mi sono piaciute molto le parole della giovane figlia della ministra Kyenge, i suoi consigli che io estendo alla signora A: viaggi, signora, incontri persone, vada incontro a chi è diverso da lei.

Per quanto riguarda i miei figli, li mando, e per quanto potrò li manderò, alla scuola statale. E non perché, signora B, lì non ci saranno i figli della signora A, perché invece ce ne saranno anche lì, e meno male. Ma perché è la scuola di tutti e per tutti, quella in cui ognuno, potenzialmente e realmente, deve essere e sentirsi benvenuto, anche quelli poco o tanto diversi dai miei figli, per il colore della pelle come per la lunghezza dei capelli o per le opinioni calcistiche. Perché nell’Italia di provincia di oggi, incontrare e conoscere le persone e ciò che portano con sé è palesemente più importante di riuscire a finire tutto il programma grazie al fatto che in classe tutti sono italiani madrelingua.

2 pensieri riguardo “A scuola nella provincia del mondo

  1. Bravo come sempre nella tua analisi della situazione. Se tu sei contento di mandare i tuoi figli alla scuola pubblica io sono contenta che l’attuale generazione abbia insegnanti come te. C’è una bellissima canzone di De Gregori cantata da Fiorella Mannoia che si chiama “cuore di cane” e dice: “perchè viaggiare non è solamente partire e tornare ma imparare le lingue degli altri, imparare ad amare”

    1. Grazie Monica del suggerimento (e delle belle parole): DeGregori soprattutto non rientra nella musica che ascolto con maggiore frequenza (nonostante gli sforzi profusi qualche tempo fa da una mia ex-alunna particolarmente appassionata), ma quella del viaggiare per imparare le lingue degli altri è un’intuizione che sento molto vicina, mi piace molto.

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