Karpouzi

Karpouzi

Era l’agosto del 2005.

Io e mia moglie avevamo appena iniziato la nostra vacanza nel Peloponneso. Prima notte sul traghetto tra Ancona e Patrasso, una volta sbarcati iniziamo il nostro giro in senso antiorario della grande penisola greca.

Prima tappa l’antica Olimpia, visita al sito, si riparte. Verso sera arriviamo in un posto che, ora, a distanza di otto anni, identificherei dalle parti di Kiparissia. Mai sentito nominare? Stupirebbe il contrario, visto che è un posto sperduto nel nulla.

Troviamo un cartello che indica camere libere e, dopo un certo sforzo di ricerca del personale in un nuovissimo e deserto residence, concordiamo il prezzo per la notte con un custode più scocciato che contento di avere, per quella sera, almeno un alloggio occupato.

Appoggiamo le nostre cose, ci liberiamo sotto la doccia di almeno trentasei ore di viaggio, e scendiamo nella calda ma ventilata serata a cercare informazioni circa una taverna nelle vicinanze. Il custode è sparito. Vabbè, ci arrangiamo noi. Ci rimettiamo in macchina (fuori dal residence nel raggio visivo cadono solo lampioni e un paio di strade) e dopo pochi chilometri verso Pylos troviamo appunto una taverna illuminata ma desolatamente vuota.

Entriamo e veniamo accolti da almeno tre generazioni di ristoratori che ci fanno una festa inverosimile nell’unica lingua che evidentemente conoscono (e che, manco a dirlo, ci è del tutto ignota), ovviamente il greco. Ci accomodiamo al tavolo, sotto un tendone gemente per la brezza, indichiamo un po’ di voci del menu che conosciamo, veniamo serviti rapidamente e con cortesia, il cibo è buono e abbondante.

Finito quello che riteniamo essere il secondo, chiediamo un po’ a gesti un po’ in italiano se hanno qualche dolce da consigliare. Non ci capiamo. Noi continuiamo a ripetere, questi offrono il caffè, noi che diciamo sì il caffè dopo, ma prima non c’è altro?

All’improvviso il ragazzino di turno a cercare di comprendere le nostre esigenze (si sono impegnati, eh) si illumina in volto. “Karpouzi”, dice. Io e mia moglie ci guardiamo: “Karpouzi? Karpouzi!”. Vada per il karpouzi.

La soddisfazione per essere riusciti a concludere degnamente il pasto si mescola con la curiosità per questa nuova specialità di cui assolutamente non abbiamo mai sentito parlare. Che sarà mai, questo karpouzi?

Da allora il termine “karpouzi” è entrato nel nostro gergo familiare, insieme al ricordo delle risate che ci siamo fatti quando ci è stato presentato, un minuto dopo, ciò che avevamo ordianto.

In fin dei conti, una fetta di anguria d’estate è sempre gradevole, e se non è abbastanza esotica o sofisticata, vi consigliamo di chiamarla karpouzi e la vedrete diventare immediatamente una specialità gastronomica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.