Dove Hollywood fallisce

Dove Hollywood fallisce

E’ in arrivo un post, l’ultimo, di letture primaverili. Arriverà, temo, ad estate già iniziata, visto che i tempi di lettura, in questo periodo, sono abbastanza compressi da una sonnolenza per nulla soprendente e piuttosto invadente.

Il romanzo che sto leggendo ha alcuni elementi biografici e storici legati all’Indocina nell’immediato secondo dopoguerra. Diciamo il periodo dell’ascesa di Ho Chi Minh, per intenderci.

Il nome Vietnam solitamente evoca immagini alla Apocalypse Now: una guerra americana.

Confesso il mio quasi totale disinteresse per l’argomento. Credo di aver visto Platoon, unico tra i film sul tema, giusto perché era in proiezione in un’assemblea di istituto quando ero liceale. Penso che il disinteresse sia legato alla prospettiva storica, indipendentemente da chi siano i buoni e i cattivi: la prospettiva di chi descrive la guerra in quanto tale, senza mai accennare al tempo di pace che l’ha innescata.

Ho scritto quasi totale disinteresse, perché invece alcuni nomi, alcune vicende, alcune presenze che ho ritrovato nel libro che ho sul comodino, riposavano inquiete in qualche angolo della mia memoria. Nomi come quelli del generale Giap, di Ho Chi Minh stesso, di Viet Minh, di Dien Bien Phu, del generale Navarre (ma come, un francese?): erano lì, da qualche parte, ad aspettare di essere rispolverati.

Ed è stato mio padre a farceli entrare. Chissà in che occasione me ne aveva parlato, chissà cosa gli avevo chiesto: lui mi aveva risposto con la storia della cacciata dei Francesi dall’Indocina, come se la ricordava lui che l’aveva seguita da adolescente, presumo alla radio.

E’ una delle cose che mi manca di più, di mio padre: il suo raccontare storie. A volte, storie con la s minuscola, aneddoti talvolta banali, magari legati alla sua esperienza lavorativa; altre volte brandelli della grande Storia che il suo tempo aveva attraversato, a differenza del mio.

Mi manca a due anni dalla sua scomparsa e a diversi di più da quando il suo raccontare storie si è appannato, ha perso ciò che sapeva comunicare: ancora oggi, sentendo certi nomi, leggendo di certi avvenimenti, la mia prima istintiva reazione è un’annotazione mentale, la prossima volta che lo vedo gliene parlo, gli chiedo…

Non mi manca, evidentemente, per le informazioni: le enciclopedie ieri e internet oggi garantiscono una maggiore precisione ed efficienza, senza dubbio. No, era qualcosa che assomigliava a un passaggio di testimone, proprio in senso sportivo, come una staffetta. Mi consegnava più che dei fatti, un’interpretazione dei fatti, un racconto che era lettura degli avvenimenti, quella di chi li aveva vissuti più o meno da vicino. Era anche un modo per conoscerlo meglio, mio padre, collocandolo rispetto non solo alle persone care e note, ma anche agli avvenimenti che avevano influenzato la sua vita e che erano rimasti come punti di riferimento anche per le generazioni successive. Parlandomi di Ho Chi Minh non me ne cantava le gesta, ma mi tratteggiava i miti, positivi per alcuni, negativi per altri, di un’epoca, quella dei suoi quindici anni, le paure e le speranze che quel nome esotico e lontanissimo evocavano qui allora. E lo faceva in modo intelligente: i suoi racconti erano spesso lunghi perché larghi, perché miravano anche a dar ragione del perché degli avvenimenti, a spiegare gli antefatti, a farmi capire che, come per gli effetti è impossibile stabilire un termine, anche per le cause è arbitrario determinare un inizio.

E dove hanno fallito le migliori forze dell’entertainment di Hollywood, è riuscito il racconto emozionale, esperienziale e intelligente di una persona cara. E un libro che tocca le stesse corde.

Da padre, da insegnante, questo me lo segno: è una lezione importante.

E anche questa la imparo ascoltando con emozione, vivendo l’esperienza di, leggendo con intelligenza: un racconto che può continuare ormai solo nel silenzio del ricordo.

Un pensiero su “Dove Hollywood fallisce

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.