Guardando fuori dalla finestra

Guardando fuori dalla finestra

Nella sterminata aforismatica in rete circola una citazione che mi piace molto:

come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?

Viene attribuita a Joseph Conrad. Curiosamente ne parlano solo siti italiani, e questo mi insospettisce alquanto. Comunque non sono riuscito a risalire alla paternità se non tramite questo articolo in cui Dino Risi la affibbia appunto allo scrittore anglo-polacco.

In ogni caso, e di chiunque sia la paternità, con i dovuti distinguo, mi piace farla mia.

Con i dovuti distinguo, ovviamente.

Primo, io non sono Korzeniowski, e il mio lavorare davanti alla finestra, o in qualunque altra situazione apparentemente lontana dalla comune esperienza del lavoro, non è certo paragonabile al suo. Oltre a non avere la stessa profondità (personalmente nutro una certa stima dell’autore), è anche di natura totalmente diversa.

Secondo, non ho ben idea in cosa consista il lavoro di uno scrittore. Se Conrad, ammesso che la sentenza sia effettivamente farina del suo sacco e non un delirio di Dino Risi, o di chi ha creato la pagina con Risi che cita Conrad, se lui, davanti a una finestra pensasse a cosa scrivere, a quali espedienti tecnici, quali vocaboli. Io tenderei a interpretarlo in modo un tantino più ampio, così come vedo anche il mio lavoro di insegnante. Davanti a una finestra, anche senza pensare coscientemente al lavoro, anche semplicemente ammirando il taglio dell’erba o un cane che corre, io credo che lo scrittore raccolga impressioni, esperienze, arricchisca il proprio tesoro interiore. E, nel mio piccolo, questo è anche quello che vedo in me relativamente alla mia professione, lasciando perdere forse le finestre, nel momento in cui mi occupo di cose apparentemente distanti dalle mie materie. Mi sembra di poter dire che coltivando i miei interessi rendo me stesso una persona migliore, e, visto che la mia professionalità si basa in modo preponderante sulle mie qualità umane, faccio un servizio positivo a chi la mia professionalità mi porta ad incontrare.

E’ possibile che questo sia ciò che si chiama “lavoro intellettuale”.

Terzo, non credo di dover spiegare a mia moglie. Ormai ha capito le mie finestre. Vorrei che altri, invece, potessero capirlo; vorrei non dover spiegare ai signori ministri, ai signori parlamentari, ai signori genitori, che quello dell’insegnante non è un lavoro che si fa per otto ore, poi lo si chiude in una scrivania e lo si riprende al mattino dopo. Vorrei non dover dire che anche se non ho compiti da correggere a casa, se leggo un libro, se guardo la televisione con la mia famiglia, se scrivo sul mio blog, anche quello è un modo per ricordarmi dei miei studenti, direttamente o indirettamente.

Dietro le mie finestre ci sono comunque loro.

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