La chiusura di un cerchio

La chiusura di un cerchio

Il 24 aprile di due anni fa era Pasqua.

Eravamo appena tornati da Malta. Una piccola vacanza ritagliata intorno alla Domenica delle Palme: la mia famiglia, inclusi i due piccoli che allora non avevano ancora 2 e 3 anni, e i miei genitori.

Fu l’ultimo viaggio di mio padre, l’ultima nostra vacanza con lui.

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Alloggiavamo in un bell’albergo sul lungomare di Sliema, e i nonni avevano una camera al quarto piano da cui potevano godere della vista di un Mare Nostro mosso e rumoroso (la nostra invece non aveva un gran panorama, ma in compenso era ampia e adatta alle diverse esigenze dei piccoli).

Godemmo della calda e disponibile ospitalità dei nostri amici R e M, con i loro piccoli, che ci portarono in giro per la loro meravigliosa isola a scoprirne gli angoli più belli, le guide migliori che avremmo potuto desiderare.

Alla Valletta andammo però senza di loro. Girammo per il centro, approfittando degli spazi aperti e del bel tempo per far correre e giocare i bambini. Riuscimmo anche a visitare qualcosa.

All’interno della Concattedrale di San Giovanni entrammo solo io e mio padre. E ci fermammo davanti a tre gioielli che vi sono custoditi, tre tele del Caravaggio.

Mio padre era silenzioso, compreso ma sorridente, commosso, come spesso gli capitava negli ultimi anni della sua vita di fronte a ciò che gli comunicava emozioni. Me lo ricordo davanti al San Girolamo, un anziano nemmeno tanto anziano (a differenza del San Girolamo di Roma), che scrive, traduce la Bibbia, la luce caravaggesca che gli tocca solo in parte il volto, ma mette in risalto il bianco della nudità e il rosso del panno che gli copre le gambe, e un teschio sdentato sul tavolo. Lo ricordo fermarsi ad ammirare questo capolavoro.

In questi giorni, a due anni di distanza, ho ripensato a quel momento.

A lui che fin da quando ero piccolo mi portava al Museo d’Antichità, in Galleria Nazionale, al Teatro Regio, a visitare tuttiL i luoghi d’arte e di cultura della nostra città, il Duomo, il Battistero. E mi parlava, mi spiegava, mi raccontava.

E a quel momento, davanti al San Girolamo, lontani da casa, là dove l’avevo portato io, la mia famiglia là fuori con la sua, e noi due in una stanza in cui non si udì nessuna parola, perché ad entrambi era quella luce a raccontare una storia.

Non gli ho mai chiesto che cosa abbia pensato in quel momento. Un momento che ora io rileggo come la chiusura di un cerchio.

E forse non poteva davvero esserci una migliore ultima volta.

2 pensieri riguardo “La chiusura di un cerchio

  1. Ci sono momenti a cui diamo valore per il significato che assumono guardandoli a ritroso. Altri momenti invece brillano fin dal loro nascere di una luce speciale, inconfondibilmente preziosa. Li custodiamo con cura perchè sappiamo che col tempo il loro valore sarà sempre più grande. Quello che hai raccontato mi sembra proprio uno di questi e sarà che in questi giorni parlare di cerchi che si chiudono fa risuonare corde profonde dentro di me, sarà che la semplicità raffinata con cui lo hai raccontato avrebbe fatto risuonare corde profonde a prescindere, il fatto è che mi ha commosso. Quindi un grazie, e un abbraccio.

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