Il confronto con le alternative

Il confronto con le alternative

Ieri, primo giorno in cui sono uscito in una settimana altrimenti dedicata alla cura di malanni pediatrici in famiglia, è stato un giorno di incontri inattesi.

Uno in particolare mi ha fatto riflettere.

F, mia ex-alunna, ormai laureata, è venuta in Dipartimento a salutarmi. E a chiedermi un consiglio su un vecchio sogno: fare l’insegnante.

Ora, io non invidio chi oggi entra nel mercato del lavoro. Men che meno chi ci entra con un sogno, vecchio o nuovo. E ancora meno chi ci entra con il sogno di fare l’insegnante.

E i consigli sono sempre “doni pericolosi”, anche quando sono sagge le persone che se li scambiano, come disse una volta un elfo a un mio amico che passeggiava per i boschi.

Me la sono cavata col buonsenso, credo.

Di insegnanti ci sarà sempre bisogno, ho pensato. Meglio se in gamba e motivati, come F. Il percorso per diventare insegnanti, oggi, è lungo e dispendioso, in termini di tempo e denaro, ed incerto come iter, perché è esposto alle paturnie del ministro di turno, e come esito perché, beh, perché il precariato della scuola esiste. D’altra parte, con la sua laurea F potrebbe col tempo (è una ragazza e siamo in Italia, non dimentichiamolo) trovare qualcosa di più remunerativo e con prospettive di carriera più entusiasmanti. Ergo? Ergo prova a farti qualche esperienza, ripetizioni private, progetti, collaborazioni in ambito educativo o scolastico, anche con scuole private, e vedi se la cosa di appassiona. Se sì, vai! Altrimenti… vedi tu.

La riflessione, però, è dolorosa.

A un giovane, indipendentemente dalle materie approfondite a livello universitario, dev’essere data la possibilità di scegliere di fare l’insegnante. Magari una scelta faticosa e lunga come percorso formativo; cosa giusta perché a un insegnante non si danno in mano pomodori o bancali di scatole, ma i nostri figli. Ma una scelta riconosciuta socialmente ed economicamente, che sia competitiva, come opzione, con le altre possibilità (se ce ne sono…).

Altrimenti? Altrimenti a fare gli insegnanti (e, attenzione, vale per le scuole statali come per quelle paritarie!) ci finiscono i missionari, quelli cioè che sono motivati idealmente dal compito sociale che svolgono eccetera eccetera, che lavorano anche gratis, ma che, così, a occhio, la nostra società non sta incoraggiando particolarmente (anzi, ne vedo tanti che si stanno “sindacalizzando”, nel senso positivo del termine: mi sono fatto sfruttare, ma ora basta, ne va della dignità del mio lavoro e di quello di tutta la categoria), oppure quelli che non saprebbero che altro fare.

Da genitore insegnante, io per i miei figli vorrei insegnanti professionisti. Con tutta l’accezione positiva del termine “professionista”. Ma i professionisti non nascono sulle piante: oltre ad avere i percorsi giusti per formari, bisogna anche indurre nei giovani il desiderio di intraprenderli.

E, evidentemente, aver avuto dei bravi insegnanti (occhiolino) può stuzzicarti un’idea, ma l’idea la porti avanti se è sostenibile, se non ti porta troppi “ma sei impazzito?”, se ti porta ad immaginare un futuro che regge il confronto con le alternative.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.