Di porti, venti e una briciola di logica

Di porti, venti e una briciola di logica

Mi è stata di recente riproposta la celebre citazione, che volentieri riporto:

ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est.

(L. A. Seneca, Ep. Mor. ad Lucilium Liber VIII, ep. LXXI)

Non ha venti a favore chi non sa a che porto approdare.

Chi la proponeva intendeva mettere l’attenzione sull’importanza del porsi degli obiettivi prima di muoversi.

E’ vero che non si tratta di un teorema, cioè di un’affermazione matematica dimostrabile a partire dalle regole della logica e da assunti precedenti, ma è un’affermazione in linguaggio naturale basata sull’esperienza di Seneca (e di chi lo cita). Lasciamo quindi perdere la sua dimostrabilità e persino la sua verità, che ciascuno è in grado di valutare per conto proprio.

E’ anche vero, però, che la logica nasce su questo tipo di affermazioni, nel tentativo di trovare basi formali per il linguaggio, e quindi non è una forzatura cercare di usare un tantino di logica classica nell’analizzare questo enunciato. Ci si accorge allora che ha la forma di un predicato contenente una implicazione:

per ogni navigatore e per ogni vento, se il navigatore non sa dove andare allora il vento non è favorevole.

Prima nota: io non ho mai praticato lo sport velistico, e quindi non so se “non favorevole” equivalga a “contrario”, ma credo di no. Mi pare che la bonaccia possa essere considerata una condizione di vento né favorevole né contrario: non c’è vento punto e basta. Quindi Seneca non dice che se non sai dove andare tutti i venti ti sono contrari. Solo che nessun vento ti è a favore. Che mi pare è una considerazione rassicurante.

Seconda nota: le caratteristiche dell’implicazione (“SE il navigatore non sa dove andare ALLORA il vento non è favorevole”) permettono pochissimo spazio di manovra nel tentare di modificarla senza stravolgerla. Ad esempio: e se invece il navigatore sapesse dove andare? Ecco, il fatto che Seneca abbia scelto questa formulazione, riconducibile a una implicazione semplice e non a una doppia implicazione (“se il navigatore non sa dove andare allora, e solo allora, non trova vento favorevole”), non ci permette di dedurre nulla se il navigatore invece sa verso che porto dirigersi. Potrebbe darsi che trovi venti favorevoli, o potrebbe darsi che non li trovi: nell’enunciato non c’è informazione a riguardo. Il che vuol dire che avere un’idea chiara della direzione è solo una condizione (necessaria) per avere almeno qualche vento utile, ma potrebbe non bastare (non è sufficiente), potrebbero esserci altre condizioni. Però sicuramente, nel pensiero di Seneca, senza non si va da nessuna parte. E, uscendo dal discorso logico, questo mi pare interessante.

Terza ed ultima nota: ciò che invece si può fare, con l’implicazione, è passare alla cosiddetta “contronominale”. Negare, cioè, la premessa e la conseguenza e scambiarle di posto. Ossia: se non si dà il caso che tu non abbia venti a favore, allora non si dà il caso che tu non sappia dove andare. Per la logica classica le doppie negazioni si possono eliminare, e questo rende l’affermazione più trasparente: se hai venti a favore allora sai dove andare. Come dire: se puoi distinguere che un vento ti è utile è perché sai a cosa ti è utile, a quale porto ti condurrà. Fuori dalla logica, questa osservazione, che a livello consapevole è banale (è ovvio che se posso dire “questo vento mi porta a destinazione” è perché so qual è la destinazione), forse posso stiracchiarla un po’ anche nell’inconsapevole, pensando a quelle volte in cui ho creduto di non sapere dove andare a parare, eppure qualche spinta mi sembrava più promettente di altre: forse perché, alla fine, non ero poi tanto perso quanto credevo.

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