Sostituire gli insegnanti

Sostituire gli insegnanti

Mi è stato segnalato questo video, parte dei TED talks sull’istruzione (in realtà ne esiste anche una versione sottotitolata in italiano, ma non sono riuscito a ritrovarla). Il prof. Mitra rende conto dei suoi studi, svolti in tutto il mondo, sulla possibilità di realizzare processi di apprendimento senza insegnamento.

In altri termini: un gruppo di alunni, un computer connesso in banda larga a internet, un cloud di nonne a fare da assistenza remota, alcuni compiti da svolgere. E questo, secondo quanto osservato dallo studioso, porterebbe ad apprendimenti persistenti e approfonditi.

E’ una tesi suggestiva, che a mio avviso deve essere conosciuta, soprattutto dagli addetti ai lavori, perché consente di ripensare in modo profondo e incisivo la didattica.

D’altra parte, è una tesi estrema, i cui limiti devono essere definiti e chiariti.

E mi piace: io sono convinto che si tratti di una riflessione su basi sperimentali forse fortunate, da parte di Mitra, ma sicuramente fondate. Anch’io ho avuto esperienze, sia in ambito scolastico che familiare, di apprendimenti emersi all’interno di un sistema di istruzione autoorganizzato.

Mi piace in particolare:

  • l’aspetto sociale dell’apprendimento che viene messo in evidenza;
  • l’assunto che le nozioni pure riposino meglio sulla rete che nelle teste;
  • il protagonismo del discente nel percorso di apprendimento;
  • la motivazione intrinseca all’apprendimento, cercata, anche socialmente, dai singoli allievi e non fornita dall’esterno dai docenti o comunque dalle figure adulte;
  • l’idea, attribuita allo scrittore Arthur C. Clarke, che un insegnante che possa essere sostituito da una macchina debba esserlo.

Ci sono però alcuni aspetti che ritengo cruciali che questo tipo di riflessione mi solleva.

  • Prima di tutto, cosa vuol dire apprendimento? Cosa ne è possibile misurare? L’idea è che se aver appreso significa custodire una nozione ed essere in grado di richiamarla a distanza di tempo e nel contesto corretto, allora la strategia mostrata nel TED talk può essere assolutamente vincente, sia per efficacia che per economicità; se però all’apprendimento si associano anche connotazioni di tipo operativo, il saper fare qualcosa, il saper sviluppare abilità, che richiedono applicazione costante e ripetuta, ad esempio, o dimostrazioni laboratoriali personalizzate, qui mi permetto di avanzare dubbi sull’efficacia dell’approccio di cui si parla; 
  • mi pare evidente che esista un problema di fonti, per quanto riguarda internet; voglio dire che vi si può trovare di tutto, e l’ultima cosa che un sistema educativo vuole è formare cittadini sprovveduti e incapaci di distinguere l’autorevolezza delle informazioni ritrovate; questo aspetto è totalmente assente nella presentazione di Mitra; il materiale trovato su internet raramente è gerarchizzato, raramente presenta apparati critici degni di tal nome, oppure è inserito in contesti distanti da quelli ideali per l’apprendimento scolastico, da autori talvolta imprecisi, disinformati o animati da motivazioni particolari; il che non significa che questi materiali non abbiano valore, ma piuttosto che sia necessario un lavoro guidato, critico, di integrazione con materiali magari di più difficile accesso;
  • “scoprire” ogni volta ciascun elemento del sapere accumulato dall’umanità sicuramente porta ad un apprendimento più solido e duraturo, meno esteso per motivi di tempo ma anche, forse, meno profondo per le difficoltà nel correlarlo con il sapere già acquisito, ma che non può essere l’unico; le competenze di comprensione diretta di un testo alla prima lettura, di selezione e memorizzazione degli elementi essenziali, di contestualizzazione nell’ambito del sapere già appreso sono competenze su cui un sistema educativo non può fare a meno di puntare e che richiedono un percorso diverso, almeno in parte; inoltre, libri, riviste altre fonti “tradizionali” hanno anch’essi una valenza educativa che non può semplicemente essere cancellata arbitrariamente;
  • una presentazione di un argomento, soprattutto in certe discipline, non è “neutro”, non si limita ad una rassegna di nozioni “da sapere” (e perché? chi lo dice?), ma ha alcuni approcci più naturali, come quello storico/epistemologico o quello tematico, per cui è necessaria una organizzazione didattica coerente di percorsi di apprendimento; questo è ovviamente compito di chi già possiede i saperi necessari, conosce le fonti utili, ma soprattutto distingue gli obiettivi, è in grado di collocare il percorso in un quadro più ampio, sa offrire motivazioni e metodologie adatte;
  • sembra che per qualche motivo il lavoro all’interno dei gruppi del prof. Mitra sia equamente distribuito e l’apprendimento sia raggiunto in modo omogeneo da tutti i partecipanti; la mia esperienza con i lavori di gruppo, anche se con modalità diverse, dice qualcosa di molto diverso; ammettiamo pure che abbia ragione Mitra, e che la mia esperienza sia semplicemente un rischio, che tuttavia è ragionevole e saggio supporre che sussista: come affrontarlo, in assenza di insegnanti?
  • se la valutazione del risultato del processo di apprendimento è un test nozionistico o di rielaborazione di base delle nozioni, posso concordare sull’efficacia del metodo come proposto; ma se i criteri sono più complessi, meno “oggettivi” forse, ma più completi perché, ad esempio, richiedono che l’allievo restituisca in modo più o meno sintetico la complessità dell’argomento, le interpretazioni, dia valutazioni personali motivate, fornisca quadri d’insieme, mostri la connessione dell’argomento con aree attigue del sapere, io credo che il metodo mostrato sia ampiamente insufficiente;
  • i modelli cognitivi e di apprendimento compatibili con la rete sono profondamente (topologicamente) diversi da quelli che hanno caratterizzato l’istruzione negli ultimi secoli; non dico migliori né peggiori: diversi; e, per quanto siano i modelli che tanti oggi indicano come quelli che informano le menti dei giovani, non credo sia corretto né utile cancellare completamente il passato;
  • infine, psicologicamente, credo che sia deleterio il messaggio che occuparsi dell’apprendimento delle giovani generazioni sia una fatica sproporzionata che andava compiuta finché non avessimo avuto strumenti idonei e che finalmente è possibile demandare alle macchine ed eventualmente alle nonne che hanno tanto tempo libero e non fanno altro che incoraggiarti; credo invece che sia essenziale il fatto che gli alunni avvertano che la società investe in loro, li affianca con professionisti competenti per aiutarli nei percorsi di apprendimento, per lavorare con loro, imparare con loro, a loro disposizione.

Torno allora all’affermazione dell’autore di “2001: Odissea nello spazio”: se un insegnante può essere sostituito da una macchina, deve esserlo. Che mi vede assolutamente d’accordo. Nel senso che io credo fermamente che esistano dei caratteri dell’insegnante all’interno di un percorso educativo che non possono, né potranno mai, essere sostituiti da una macchina. Ed è questa, a mio avviso, la direzione in cui l’insegnante deve muoversi, non per difendere la propria posizione, che non può avere nulla da temere dalla ricerca didattica ma piuttosto da una società istupidita; non per difendersi, dicevo, ma per sfruttare le innegabili possibilità che lo sviluppo tecnologico offre, che la società richiede siano usate, e che, senza gli insegnanti, sarebbero utilizzate male.

Allora io credo che ricerche come quelle di Mitra siano assai interessanti per un insegnante: mostrano le potenzialità educative dei mezzi tecnologici, danno un’idea dei campi in cui l’insegnante può essere sostituito, lo aiutano a procedere in questa sostituzione, inevitabile sul lungo periodo. E, soprattutto, gli offrono uno sguardo su un modo nuovo di lavorare con la tecnologia in modo organico che lo valorizzi come professionista laddove, evidentemente, nessuna macchina potrà mai sostituirlo.

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