Pärtiana #3

Pärtiana #3

Quand’è che ti accorgi che stai invecchiando?

Non so in generale. Io sento muri che crollano.

Ma dentro. Non sto parlando di vicini di casa rumorosi o particolarmente litigiosi. No, pareti abbattute dentro di me.

Di quelle che dici: no, questa è portante, non verrà giù mai.

Che magari, cambiando solo metafora, è una ferita, di quelle profonde, di quelle che sai che faranno male sempre.

E poi pensi e ripensi, a distanza di decenni (perché è una ferita di quelle), a chi ha tradito di più; e tu di meno, ovvio. A chi, nonostante tutto, è rimasto coerente: tu, cosa credi?

Magari è la festa del papà, e sai benissimo che non potresti desiderare vita migliore di questa, ma la domanda su come starebbero oggi le cose se in quel punto là nel passato le cose fossero girate in un altro modo, beh quella domanda l’hai vista affiorare ogni tanto.

Poi un giorno ascolti un Te Deum moderno di un tizio che forse è ancora vivo da qualche parte nell’Europa fredda. Linee gregoriane in polifonia. E dei colpi, giù in basso. Dei colpi in profondità. Come un martello giù, alla base della torre, distante, ma distinto.

Ma perché? Il canto di lode del Te Deum sale, non picchia laggiù. Cosa spera di trovare, là in fondo?

Ed è quel “là in fondo” che mi ha riportato ai miei “là in fondo”.

Due, a poche decine di chilometri l’uno dall’altro, qualche anno di distanza.

Il primo, una cappella buia, in parte costruita, in parte delimitata dalla roccia naturale. Porta il nome di un’imperatrice, ed è un angolo tranquillo, profondo, silenzioso, in cui rifugiarsi nel luogo di culto più complesso, babelico e santo del mondo. Ancora desideroso di silenzio, lì fui chiamato ad una Pasqua anticipata, un Sabato mattina, dalle onde profonde e progressive di un organo che dall’alto intonava il Gloria.

Il secondo, un luogo angusto, di pochi secondi, sotto terra, poi via veloci, per lasciare il posto ad altri. Giusto il tempo di vedere nulla, una stella dorata per terra. Una tensione che si accumula giù nella profondità della terra, in quella piccola e in altre grotte, e che poi chiede di uscire in canto.

Qualcosa che nasce in profondità e chiede di uscire alla luce; qualcosa che dalla luce ti raggiunge in profondità e ti porta fuori.

Sono sceso a sentire dove picchiava quel Te Deum. Nei sotterranei, nelle grotte. Ho trovato una foresta di pilastri, ho fatto uno slalom tra di loro. E improvvisamente quelli che avevo sempre pensato essere dei pilastri forti, sono crollati, sotto i colpi di un piccone. E le grotte no.

E tra le note più alte, un’intuizione. Che non riesco a spiegare, non ho parole adatte a descrivere il suono del ricomporsi di sfere rotte. Ma è così, l’unità di ciò che è, di ciò che è stato, di ciò che sarà, e anche di ciò che avrebbe potuto o dovuto essere ma non è stato. Un’unità che va al di là delle scelte, dei tradimenti, della coerenza, del perdono, della misericordia; si chiama presenza.

Un’unità che nasce laggiù, dove una musica picchia per uscire, sale, ed esce, trascinandomi con sé.

Oppure ho bisogno di uno bravo. In ogni caso, sto invecchiando, è evidente. Lo dicono il conto delle cicatrici, che aumenta, e quello delle ferite, che diminuisce.

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