Un dubbio

Un dubbio

Mi era parso che l’idea di democrazia diretta fosse essenziale, racchiusa come un nocciolo all’interno della proposta politica del M5S.

Faccio un po’ fatica a capire dove sia finita. Mi pare, invece, che si parli più spesso, ormai, di commenti censurati, di senatori traditori, di violazioni imposte della segretezza del voto… tutto per assecondare invece un’idea, quella del Fondatore, o del Guru, non capisco e non vorrei togliere a uno o all’altro le sue prerogative, che non ammette, evidentemente, confronto.

Si è invocata la consultazione online: sull’atteggiamento da tenere per quanto riguarda i tentativi del PD nel formare un governo; sul voto nel ballottaggio tra Grasso e Schifani; e probabilmente ancora verrà invocata.

Mi sorge un dubbio. Un dubbio che vedrò fugato, anche se solo parzialmente, quando una seria piattaforma di democrazia condivisa verrà finalmente offerta dal M5S ai suoi elettori.

Il dubbio è che in testa al MoVimento (qualcuno mi spieghi per favore perché bisogna scriverlo con la V maiuscola in mezzo alla parola) sia maturata la consapevolezza che la tanto sbandierata democrazia partecipata sia un po’ un prodotto stagionale. Va bene, ma non proprio sempre.

Ossia che ci siano dei momenti in cui la qualità dei voti deve pesare più della quantità. La dico in modo diverso: momenti in cui la strategia deve avere il sopravvento sull’agire d’impulso o persino sulla tattica. Ancora meglio? Momenti in cui al politico sono chieste scelte impopolari per un bene comune che è difficile da rappresentare. Momenti in cui al politico è richiesto di prendersi una responsabilità in nome di quel mandato di rappresentanza che ha ricevuto. Momenti in cui il Parlamentare non è un semplice portavoce.

Ossia che la differenza tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta non è un fatto puramente tecnico: come se finora la seconda non fosse mai stata tentata perché non c’era “la rete”.

Ossia del fatto che è ragionevole selezionare i Parlamentari anche sulla base delle loro competenze e non solo sulla base della loro obbedienza, perché non sono e non saranno mai dei semplici portavoce, nemmeno se tutta la platea degli elettori partecipanti online fosse di superesperti.

Questo è il mio dubbio. Che vedo alimentato dal fatto che ancora di piattaforme in vista non pare ce ne siano, dal fatto che ancora chi tenta di dettare legge, da fuori, sia accusato di censura nei confronti di chi esprime opinioni discordi, e che chi si trova in Parlamento, come i senatori M5S siciliani, debba iniziare a interpretare, senza consultare, il proprio elettorato, debba cioè lavorare di testa propria.

Per quanto mi farà piacere vedere all’opera questo strumento di democrazia partecipata, perché significherà ridimensionare i leader, specialmente quelli esterni, sono convinto che non sarà uno strumento risolutivo nel rapporto tra la politica e la gente.

Non lo è ora, perché, mancando, mina la credibilità di un movimento politico che su di esso ha puntato forte; e non lo sarà quando ci sarà, perché la Costituzione avrà sempre un valore maggiore del voto online.

Art. 67

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Art. 68

I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. […]

Lo strumento risolutivo nel rapporto tra la politica e la gente non sarà, credo, uno strumento. Sarà, come sempre è qualcosa di risolutivo, una diversa cultura. E non si può pretendere un vero cambiamento di cultura ai rappresentanti senza che lo vivano anche i rappresentati.

Io credo che qualche segno di questo cambiamento sia entrato anche nel Palazzo. E non da una sola porta.  Sarebbe bello vedere chi è accomunato da questa novità provare a parlarsi, invece che rivendicare chi è più puro, e più duro.

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