Vetrini

Vetrini

Sì, vetrini: quelle piccole lastre di vetro che si usano come supporto per ciò che si vuole osservare al microscopio.

Sembra incredibile, ma io a cinque-sei anni sapevo cos’erano i vetrini.

Ed erano cose affascinanti, soprattutto perché a propormele era la zia Carla.

Si narra (non è un episodio che ritrovo in memoria, ero probabilmente molto piccolo) che una volta mi portò a casa dei pulcini, e che io giustamente mi spaventai alquanto.

Quel che ricordo è la mia meraviglia nel suo laboratorio, le incubatrici, la vetreria, il camice, le colture, i microscopi, i libri… E il fatto che lei sapesse cosa farne, che si muovesse come una fatina in mezzo a quello che per me poteva tranquillamente essere un regno magico.

Da lei ho sempre ricevuto tanto: tante attenzioni, tanti regali, tanto del suo tempo. Ma forse la cosa più preziosa che mi rimane pensando a lei è la curiosità, l’ammirazione, lo stupore di fronte alle cose che faceva, che faceva con passione, e che non aveva timore a mostrare a un bambino evidentemente troppo piccolo per capirci qualcosa. Semi minuscoli, da microscopio, ma seminati, e poi germinati, cresciuti insieme a tanti altri. Ma semi con due marchi speciali, uno mio e uno suo. La magia della mia infanzia, il suo volermi bene.

Ora la zia Carla ha raggiunto la sua famiglia di tanti anni fa: la sua mamma Iolanda, e babbo Sincero, la Gilly, la Mira, Quiro, Ciccio, la Fernanda. Mi piace pensare a tutti loro finalmente a tavola insieme, davanti a loro un bel piatto di gnocchi di patate preparati dalla nonna, il pranzo di benvenuto per la Carlina.

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