Pärtiana #1

Pärtiana #1

Arvo Pärt – Te Deum.

Ascoltato per filodiffusione (in streaming, ovviamente) qualche giorno fa, cercato poi su internet, trovato, riascoltato distratto, riascoltato concentrato.

Che meraviglia.

Tante le associazioni a cui la mia mente vola.

La prima.

 

Sei di mattina. Freddo, sonno.

Un altare di pietra, una piccola tovaglia candida. Un crocifisso d’alabastro, essenziale, illuminato, opalescente nella semioscurità.

Dieci monaci bianchi intorno. Cantano, voci diverse, diversamente unite, alcune rotte dall’età, altre forti e chiare. Diversi accenti. Un unico canto, parla della croce, è la Settimana Santa. Un canto semplice, monodico, antico.

Lo spazio intorno è una cripta, pietre solide, scure, tre piccole absidi affiancate, l’altare e il coro nella centrale, le altre due al buio, un transetto che le unisce, alle spalle del quale non ci sono navate: solo il freddo muro e le porte di legno che portano su alla chiesa maggiore. Una fila di sedili, fedeli che cantano, davanti al muro.

Di pietra la chiesa, di pietra il monastero, di pietra solida, lineare, semplice gli archi sempre arrotondati, la torre campanaria tozza e squadrata.

Sul fianco di una montagna, un monte alto, boschi e nuvole, primavera in ritardo, chiazze di neve su verso il cielo, e giù ombra e ruscelli.

Lontano.

In un altro tempo.

Il tempo della ricerca, il luogo dello studio. Dove da mille anni si custodisce la cultura, si onora il lavoro con i frutti della terra, si celebra una vita diversa, una vita in cui comunità e individuo sono in equilibrio, terreno e celeste si toccano.

« Tra ‘ due liti d’Italia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ‘ troni assai suonan più bassi,

e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria. »

(Dante, Paradiso XXI, 106-111)

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