Atterraggi

Atterraggi

Il viaggio aereo è un viaggio verso il lontano. Verso dove ogni altro mezzo renderebbe molto più complicato e dispendioso andare.

E ogni aeroporto ha un suo carattere, un suo presentarsi, accoglierti. In cui ovviamente si coniugano le caratteristiche geografiche, aeronautiche, oggettive del viaggio, con quelle strettamente personali, interiori, le aspettative, le memorie.

Leggevo (grazie, W2!) di due diversi modi di arrivare in Sicilia.

E ho così pensato ai miei atterraggi, alle mie distanze.

Tre in particolare, che associo sempre perché inanellati lungo un lungo viaggio che ho amato percorrere diverse volte.

Il primo, in cui la coltre di nuvole si apre quando sotto l’aereo ci sono, ancora per poco, verdi colline, pioggia, animali al pascolo; ma subito lasciano il posto a sterminate periferie pettinate di piccole case, uniformità interrotta solo da nastri autostradali o chiazze verde scuro di parchi incastonati nel tessuto di una metropoli. L’aeroporto si preannuncia con opere smisurate, tanto che viene l’ansia, quando le ruote non toccano terra nonostante l’asfalto sia lì sotto ormai da diverse decine di secondi, che il pilota non abbia preso bene le misure.

Il secondo dà la stessa impressione, ma al contrario, quando l’aereo scende sul mare, che è sempre uguale, le onde si vedono da qualunque altezza, ma i dettagli ormai sono chiari, le barche lì, a portata di mano, e il muso s’alza che ancora c’è acqua sotto il tuo finestrino, e le prime palme appaiono solo istanti prima che i carrelli si mettano tra la pista, finalmente comparsa, e l’enorme uccello che ormai sta frenando in ogni modo.

Il terzo pare finto, perché manca il tuffo allo stomaco che si prova quando il gigante in volo scende verso terra. Sembra un viaggio in autobus, solo un po’ più rumoroso, con i turboprop che spingono. E’ invece tutta una questione di luci: che si interrompono nell’oscurità più assoluta e poi esplodono all’improvviso, superato il braccio di mare e la catena costiera, in una lunga striscia ininterrotta di brillanti ozi e negozi.

Ed è vero, sono arrivi, momenti attesi, in cui qualcosa è compiuto eppure ancora il viaggio non è terminato, c’è ancora una serie di riti da compiere, i riti dell’aeroporto. Ma la terra sotto i piedi è finalmente quella della destinazione, anche se temporanea, come nel primo caso, tappa intermedia, ma pur sempre fuori dalla soglia di casa.

Sono ricordi che per un certo tempo hanno visitato spesso le mie giornate, una volta tornato indietro; ancora lo fanno, anche se con minor frequenza, ora che il viaggio non ha più le stesse motivazioni, non è più un andare verso, ma un andare con.

Crown Point (oggi A. N. R. Robinson) International Airport, Tobago, dicembre 2005.
Crown Point (oggi A. N. R. Robinson) International Airport, Tobago, dicembre 2005.

Ma l’atterrare, il tornare nell’elemento nostro, eppure in un luogo diverso, desiderato e lontano, è anche per me qualcosa di custodito segretamente e gelosamente, insieme alle emozioni che questo porta, ancora, inevitabilmente, con sé.

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