Il signor Rospo

Il signor Rospo

Stavo giusto guardando fuori dalla finestra della cucina.

Chiazze di neve fra le ombre desertiche dei pini, il vialetto lastricato con tracce di ghiaccio che riflettono finalmente un sole vivace; siepi che si stanno liberando del peso bianco di una coperta indurita e gocciolante: in tutto questo, a parte gli inspiegabili tentativi techno di M nell’appartamento a fianco e le altrettanto inspiegabili torture inflitte da qualche scopa sulla ringhiera delle scale interne, il silenzio degli animali.

Nessuno fruscia più tra le barriere verdi che ci separano dai condomini vicini, nessuno cinguetta o tuba o zirla o frinisce o altro fra i rami che in altre stagioni ospitano concerti veri e propri. Nessuno più ronza nell’aria, nessuna lumaca rischia più di essere schiacciata sul selciato. Dove saranno finiti tutti?

E dove sarà finito il signor Rospo? L’amico dei miei figli, quello che li aspettava sporgendosi da una delle bocchette di scolo del vialetto d’accesso tutte le volte che rientravamo tardi alla sera, quello che loro cercavano tornando, nel buio, e per cui si rifugiavano, una volta che ne avevano intravvista la sagoma nera, tra le nostre gambe?

E’ un meraviglioso tempo d’assenza, questo invernale. Assenze che spero saranno tutte colmate dal ciclo delle stagioni.

Io spero che si stia riposando, che si prepari, con tutti gli altri, a una primavera ancora lontana ma che non dovrà fare a meno di loro.

Mi raccomando, signor Rospo: la aspettiamo.

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