Quando è nata una passione

Quando è nata una passione

Era il 2003. Ai primi di settembre mi si propose una supplenza in un ITIS, indirizzo elettronico, materie: sistemi elettronici automatici e telecomunicazioni.

Io di elettronica ho visto qualcosa dieci anni fa in laboratorio, dissi, non so se…

Le passo la coordinatrice dell’indirizzo, mi disse la segretaria.

Ripetei i miei dubbi. E la coordinatrice: ma non ti preoccupare, figurati.

E così accettai. Per fortuna aveva ragione la coordinatrice: non c’era da preoccuparsi perché in realtà il lavoro era coordinato benissimo, ebbi tutto il supporto necessario da parte dei colleghi, quasi tutte le compresenze erano con veterani e mi misero nelle classi basse, dove il programma da svolgere era decisamente alla mia povera portata.

Inoltre ero in modalità “apprendimento selvaggio”. Ero al secondo anno della Scuola di Specializzazione, frequentavo dei mostri della matematica e della sua didattica e filosofia, mi nutrivo di logica ed epistemologia.

Fu allora che capii che quando si impara, si impara. Cioè, ero impegnato a studiare per la SSIS, impegno di una certa serietà, ma anche abbastanza gratificante e interessante. Non trovai nessuna difficoltà a mettermi a imparare anche la programmazione in C, il Borland C++ Builder, la teoria dei sistemi dinamici e quella delle comunicazioni radio.

E quando seppi che alcuni dei miei alunni, come area di progetto, avevano intrapreso la costruzione di una rete di computer, partendo dall’assemblaggio di quattro-cinque macchine usando i componenti recuperati dalla dotazione di un laboratorio informatico dismesso, e installando su queste macchine fatte di pezzi vecchi e obsolescenti un sistema operativo Linux, mi incuriosii anche a questo.

Di Linux avevo già sentito parlare. Tra colleghi c’è sempre il genio della lampada, quello che ti prende un IBM dell’82, lo collega a una centrale nucleare svizzera col cellulare e ti scarica lo spettro di fluorescenza della cravatta del direttore amministrativo della centrale stessa. Ecco, alla SSIS avevamo l’appassionato di Linux che ci invitava ai Linux Day, che ovviamente tutti snobbavamo, ma che poi produceva delle unità didattiche meravigliose di acustica usando programmi di analisi dei segnali gratuiti e ultraprofessionali.

E dai una, e dai due, quando scoprii che a scuola c’era tutto un giro di esperti di Linux tra i miei colleghi, quando si impara, si impara, dissi: ne approfittai.

Portai a casa qualche CD, iniziai a installare, a giocarci su.

Cos’è che mi appassionava, e mi appassiona ancora di Linux?

Prima di tutto, che è lì per me, per la mia curiosità, perché ci giochi, impari a usarlo. Non c’è niente da pagare, nessuna licenza, nessun copyright da infrangere: è fatto per usare il computer imparando come funziona e come farlo funzionare meglio, costruire novità e condividerle.

Poi il fatto che per ogni problema che si incontra c’è sempre una comunità che ne discute online, ci sono dei programmatori che tentano soluzioni, appassionati che la soluzione l’hanno già trovata e la condividono.

E infine che i risultati prodotti sono, almeno negli ambiti che mi interessano, sempre di qualità paragonabile a quella che si ottiene con altri sistemi operativi.

Linux è una classe di sistemi operativi. Come i vari Windows di Microsoft, o i MacOS che usano gli Apple. Un sistema operativo è esclusivo, nel senso che normalmente un computer acceso ne usa uno solo e non può passare da un sistema operativo a un altro intanto che sta funzionando. Il trucco, per “giocarci su” senza potenzialmente rovinare il computer, è quello di dire al sistema operativo che è già installato (nel mio caso, Windows XP): stringiti un po’ sul disco fisso che facciamo posto a un altro sistema operativo, ma tu non ti preoccupare, quando ci sei tu lui dorme e quando lo svegliamo mettiamo a dormire te. E solitamente i sistemi operativi per bene, di fronte a questa rassicurante promessa, acconsentono di buon grado. E così fece il mio XP, che lasciò spazio prima a Mandriva, poi a Scientific Linux, Red Hat, SUSE. Il mio sogno, però, era Debian.

I sistemi operativi Linux hanno in comune un nocciolo di programmi, che si chiama Linux, appunto, e che costituiscono il sistema operativo vero e proprio. Poi però, intorno al nocciolo diversi gruppi di programmatori hanno costruito diversi programmi di utilità, diverse scelte di software complementare, diversi ambienti grafici, configurazioni: in una parola, diverse distribuzioni.

Debian, tra le distribuzioni, era quella che mi aveva impressionato per l’incredibile numero di CD di installazione, per il fatto che per installarlo dovevi sapere tutte le specifiche del tuo computer. Ovviamente mi aveva sconfitto, e io avevo ripiegato su Ubuntu, una distribuzione basata su Debian, ma più semplice, intuitiva, facile da installare e gestire.

Ecco, fino a ieri.

Da ieri, lo comunico ufficialmente, ho installato sul mio primo computer completamente Windows-free (sì, l’ho trovato) il mio primo Debian (Squeeze) perfettamente operativo.

Un piccolo traguardo di cui sono orgoglioso.

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