Autoveicoli

Autoveicoli

La mia prima macchina fu (passato assolutamente remoto) una Fiat 131 Supermirafiori. Un amico dei miei, di cui dopo tre ore di ricerca nei miei smemori neuroni ho anche ritrovato il nome, Elio (ma soprattutto ho ricordato che fu grazie alle sue vicissitudini ospedaliere che per la prima volta udii in casa il termine “prostata”), la usava in quel di Panocchia per ispezionare i propri campi, alimentandola a benzina agricola. Allorquando l’auto che utilizzava sulle non del tutto dissimili strade del circondario fu pronta a subire analoga sorte, Elio, prima di decidere per una allora non sovvenzionata rottamazione, cercò tra amici e amici di amici e via dicendo se ci fosse un diciottenne in disperato bisogno di un mezzo per giustificare la patente. E qui entrai in scena io. Mio padre rilevò l’enorme vettura, la portò dal carburatorista (sì, allora esistevano i carburatoristi), rinvigorì il già presente impianto a metano e infine me la consegnò. Per farla partire a metano bisognava darle il “cicchetto”, premendo su un bottone di fianco allo sterzo che provocava un caratteristico rumore di tosse che proveniva da qualche parte. Si aggiunga che la leva del cambio era priva della placchetta che, oltre a recare il nome delle marce, nascondeva una piccola cavità al di sotto: questa piccola cavità, quando coperta dal palmo della mano nel momento del cambio marcia, produceva un caratteristico rantolio. E fu così che nacque la leggenda che da qualche parte nell’auto fosse nascosto un moribondo (non so perché non una moribonda, ma tant’è). In effetti, era l’auto ideale per un principiante. Imparai il tacco-punta, sulla 131: era talmente scarburata che quando andava a benzina l’abitacolo si riempiva di un aroma di Tamoil d’annata (agricola, suppongo), mentre a metano non teneva il minimo e agli stop bisognava fare il giochino con il piede destro su freno e acceleratore allo stesso tempo. Ma con la 131 gli aneddoti non si contano. Ad esempio, la travestii da batmobile, con appliques di cartapesta appositamente preparate. Peccato fosse bianca, ma per il resto era lei. Oppure posso raccontare di quando la usai per trasportare sacchi di calce (un’ottima domanda sarebbe: per quale motivo? e a questa ottima domanda risponderei che la calce, se hai intenzione di campeggiare con una trentina di persone per una decina di giorni nel bosco, può servire a una sola cosa), sacchi di calce, dicevo, forse un duecento chili, fino in cima a una montagna; le sospensioni hanno toccato il fine corsa per tutto il tempo, rendendo l’esperienza interessante a tutti gli occupanti (cinque, ovviamente), specialmente i tre sui sedili posteriori. O ancora quella volta che io volli portare mia madre a Siena a un concerto in piazza del Campo, e prima di partire rabboccai l’olio. Ci fermammo all’ingresso dell’autostrada in una nuvola di fumo: avevo dimenticato di chiudere il tappo dell’olio. Arrivammo in Toscana che profumavamo di fritto. Poi un’altra volta racconterò come a Elio i miei genitori regalarono un’anatra, che è una storia esilarante.

A un certo punto, non ricordo nemmeno più in che anno, si decise che basta! la 131 andava cambiata. Era ora di comprare una macchina familiare, di tutti noi, ma che potevo usare io in esclusiva. Non so, non mi sono mai fatto troppe domande in queste cose: non chiedetemi nulla, io ho solo contribuito con un “grazie mille”. Ed arrivò Benny, che subito non si chiamò Benny, ma solo verso la fine, quando mia non ancora moglie, con il suo vizio di dar nomignoli a qualunque cosa, così battezzò la Escort SW 1.6 a benzina color blu notte. Col registratore a cassette: ne avevo una valigia piena nel baule. Poi diedi un passaggio a una cleptomane e una suora (contemporaneamente, sì, mi è capitato) e la valigetta ne risultò da quel momento mezza vuota. Sospetto, in realtà, che sia stata la suora. Con Benny ricordo un paio di viaggi: quello in Francia, nel ’94, quando io e il Minaz la portammo a visitare la Pointe du Raz, in fondo a sinistra, a bersi un bianchetto a Limoux, a visitare l’abbazia di Saint-Savin. A proposito dell’abbazia, arrivammo in campeggio, prendemmo la piazzola, ma decidemmo di andare subito a visitare l’abbazia visto che stava calando la sera. In realtà non era la sera, ma un ciclone tropicale. Comunque, l’abbazia era molto bella, dentro c’era anche un trio d’archi dal vivo che sembrava un quartetto in audiocassetta, anche se il Minaz ascoltava solo i Genesis, tornammo al campeggio, preceduti purtroppo dall’uragano. Arrivati alla piazzola non potemmo che constatare che era stata occupata da una colata di fango. Siccome il Minaz non voleva infangarsi le infradito e io non volevo dover ripulire il catino della tenda, optammo saggiamente per dormire seduti in auto. Seduta nel fango, giusto per ritrovare l’esperienza dell’auto agricola il giorno dopo, con pezzettoni di fango che si staccavano da tutte le parti fino a Nantes. All’indomani, giusto per completare il quadro, scoprimmo, diradate le nuvole, che il campeggio giaceva proprio di fronte a una meravigliosa centrale nucleare che all’abbazia faceva un baffo. Il barista della colazione, saputo che eravamo italiani, ci tenne a precisare che la cittadina era jumelée a “T-rrino”. Sì, in Piemonte, ma non quella con la mole: T-rrino Vercellese, quella del reattore nostrano. Un altro viaggio da ricordare fu quello in Ungheria, più o meno dalle parti del mio servizio civile. In cinque (ero il singol della compagnia, ora che ci penso), partiti tra Natale e Capodanno per fuggire al freddo, traversammo le nevi carinzie per andare a prendere un po’ di nebbia sulle rive del Danubio. A un certo punto, buio pesto, non so quale burlone (probabilmente Franco) iniziò a pafarlafarefe cofosifì. Non so bene cosa dicemmo, quanto fossimo stanchi. So solo che facemmo una cinquantina di chilometri col pilota automatico ai trenta all’ora, visto che io ero piegato in due sul freno a mano per le risate. E brava Benny (o bravo? non ho mai pensato al sesso di Benny… che padrone degenere!).

Quando mi sposai arrivò Charlie. Benny aveva sul groppone ormai quasi centocinquantamila chilometri, io lavoravo in montagna: ci voleva un diesel. E arrivò Charlie, una Fiesta. Orribile, la Fiesta più brutta della storia, quella quadrata e bombata. Ma tanto caruccia, col CD. E basta, non è che avesse nient’altro che Benny non aveva, eh. Caruccia soprattutto perché consumava un pochettino meno, visto anche che il prezzo del gasolio era ancora ben più basso di quello della benzina. Con Charlie andammo in Grecia. La caricammo sul traghetto, povera, in mezzo a tutte quelle altre macchine cattive, mentre noi, sul ponte, ci riempivamo di gyros, cipolle e tzatziki. Poi, una volta scesi, la infilammo sulle strade più scalcinate del Peloponneso, su per il Taigeto, giù in sterrati e piste di sabbia, gole, istmi, promontori vabbè tutto quanto, esperienza completa. Le piacque. Si lamentò solo quando si accorse di aver bisogno d’olio, ma lo fece educatamente e potemmo accontentarla volentieri. Charlie sviluppò una vera passione per i mobili dell’IKEA. Ci chiedeva spesso di portarla a Casalecchio, o a Carugate o persino a Roncadelle (erano i negozi più vicini, allora) a caricarsi un po’ di mobili, meglio se enormi. Una volta fu avvistata sull’A1 con un divano avvolto nel cellophane sul tetto, che viaggiava agli ottanta nella pioggia. Quel divano, che ancora fa la sua figura nel nostro salotto dopo un trasloco (di cui NON si occupò Charlie), fu più facile portarlo su per due rampe di scale in mansarda che issarlo sul portapacchi e farvelo scendere all’arrivo. Charlie fu anche la macchina del primo seggiolino per bimbi. E dei primi rigurgitini.

Ma per i primi vomitini dobbiamo parlare di Dory. Che arrivò al posto di Charlie (e c’è ancora). Alla notizia che saremmo stati in quattro, la prima cosa che pensammo fu… Vabbè, lasciamo stare la prima. La seconda fu: dobbiamo cambiare macchina, ci serve un’auto con un bel bagagliaio per il passeggino doppio. Trovammo la Stilo Multijet. Una bella Fiat, con un motore fantastico, ampia, comoda. Infatti è uscita di produzione quando l’abbiamo comprata. Ha un baule accatastato e ci paghiamo l’IMU, e una volta che pioveva ci abbiamo fatto un picnic dentro. La trovammo, grazie a colleghi di mia moglie, che evidentemente si rifornivano là da tempo, in una concessionaria ai piedi del Gran Paradiso lato piemontese, che traffica in auto su cui John Elkann ha appoggiato le regali chiappe per una quindicina di minuti. Costava la metà di quel che mi avevano chiesto dalle mie parti, e  compreso nel prezzo c’era uno scaldabagno USB e un biglietto per il prossimo spettacolo della Gaie Famille di Charvensod. Dopo tre ore dal passaggio di proprietà, da km0 era già diventata km300. Il colore è quel che è, un marrone scuro che non dice niente di buono, ma consuma poco, fila che è un piacere, ha un climatizzatore che sa quando hai la cervicale, recita le poesie e ti dice persino se vai troppo forte. E la usa mia moglie.

E poi, pochi mesi dopo, arrivò Edith. Fu lo zio Narciso (sì, quello della bicicletta, appunto) a volersi liberare della sua Punto 55 SX che deteneva dal 1997 e che in dodici anni aveva percorso la bellezza di diciassettemila chilometri. Mi disse che aveva chiesto a tutto il parentado e che nessuno la voleva, che nemmeno il rottamatore la voleva (gratis). E invece a me serviva perché Benny ce l’aveva mia moglie al lavoro, mentre io ero in giro per i monti in autobus o in treno, con un bimbo e un pancione di cui preoccuparmi a sessanta chilometri di distanza. E così arrivò anche Edith. E, dopo pochi giorni, se ne andò lo zio. Edith è un pezzo di memoria: è stata l’occasione per incontrare mio zio proprio pochi giorni prima che morisse. Così come mi ricordano lo zio una marea di piccoli oggetti che ho rimosso dall’auto solo ieri sera. Un cuneo di legno, per le parcheggiate in salita (mio zio aveva lavorato alla Fiat, e sapeva cosa serve in macchina); venti chili di catena e altrettanti di lucchetti, come antifurto; matasse di corda, pezzuole di stoffa, borsine di plastica, chissà perché; e una medaglietta con la Madonna di Fontanellato, che toglierò oggi. Col tempo, ho fatto installare l’impianto a metano, e ora al massimo fa gli ottanta, ma se passo a benzina si trasforma in Saetta McQueen, per la gioia dei miei bimbi che stravedono per la vecchia Edith e snobbano Dory. Ma ormai l’età si fa sentire: dopo una lunga serie di interventi piuttosto dispendiosi (la testata, la distribuzione, la sostituzione di un imprecisato numero di bobine – sì, ha le bobine, anche se non ho ben chiaro come le usi), in questo momento ha il serbatoio dell’acqua del lavavetri bucato, il tergilunotto posteriore sgommato, la serratura del baule sguarnita, il tappo della benzina schiavato, un disco spastigliato, un fusibile saltato (quello della linea orologino-autoradio-accendisigari), una portiera sciancata, la ripresa scoppiettante. E così, con un po’ di tristezza e tanta gratitudine, oggi ci avvieremo verso il Gran Paradiso delle auto, dove Edith terminerà la sua corsa e Filippa* inizierà la sua. Sempre che ci arriviamo e non le salti per la testa di spiaggiarci nel vercellese, magari vicino a T-rrino. Speriamo.

Adieu Edith, e grazie!

*Filippa: Panda classic GPL nera, anche lei km0 fino ad Ivrea poi vanno su, usata una volta da Marchionne per fare il giro della pista del Lingotto, ma poi quando ha visto che non ci stava con le gambe è sceso e il giro l’ha fatto fare a Mammolo. In offerta con una batteria di pentole inox con coperchio in radica e un Lapo della Trudi. Ci sarebbe stato anche l’ormai classico biglietto per la Gaie Famille, ma ho chiesto di trasferire l’autoradio (e il fusibile saltato) dalla Punto, e me lo sono giocato così. Peccato.

4 pensieri riguardo “Autoveicoli

  1. Aggiornamento: non si chiama Filippa, si chiama Fillmore. E’ stato il mio figlio maggiore a spiegarmi che “le Stilo hanno nomi femminili, ma le Panda devono avere nomi maschili, e allora si chiama Fillmore, come il furgone di Cars, verde con i fiori”. Che mi sembra ineccepibile, trattandosi di una Panda nero metallizzato. E quindi, benvenuto Fillmore.

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