Elogio del vedremo, ovvero la zoologia dei sogni

Elogio del vedremo, ovvero la zoologia dei sogni

“Vedremo” è una delle mie risposte preferite quando qualcuno mi chiede di progetti futuri.

Cosa non vuol dire: non vuol dire che non mi interessa parlarne, non vuol dire che non voglio decidere, non vuol dire che sto alla finestra ad aspettare.

Vuol dire invece: che un’idea c’è, ma non è ora di realizzarla, che mancano alcune condizioni, ingredienti, o che alle energie impiegabili al momento è data un’altra priorità; vuol dire che è inutile parlarne ora, per quanto l’argomento mi interessi; vuol dire che non ci sono le condizioni per decidere ora, per agire ora, persino per costruire castelli in aria, che pure ci sono, abbozzati, ma che è meglio non riempire di dettagli. Vuol dire, alla fine dei conti, che non sono completamente padrone del mio futuro, che ci sono tante cose, anche positive, che possono succedere e cambiare i progetti, renderli fattibili, diversi, migliori, oppure stravolgere la vita e cambiare completamente le priorità. Vuol dire che è stato compiuto uno sforzo di discernimento nel cercare di capire ciò che può essere fatto ora e ciò che per il momento non può essere fatto, che ciò che può essere fatto è già in corso di realizzazione, ma a ciò che non può essere fatto ora non vengono chiuse le porte; vuol dire che l’attenzione nei confronti dei segni che il futuro porta è desta, che cerco di scorgere il presentarsi delle opportunità.

Vedremo. E’ anche al plurale: stiamo pensando al futuro, per quanto incerto, ed è bello pensarlo al plurale.

Mi pare un modo sano per ricordarci che la realtà supera sempre la fantasia, che sono davvero tanti i grandi progetti infranti quando messi duramente alla prova della realtà perché con la realtà non hanno mai avuto a che fare. Un modo per aprire i cassetti in cui non vogliamo rinchiudere i nostri sogni, facendoli però camminare un po’ prima di lanciarli nel mondo: perché ci sono sogni-farfalle, coloratissimi ma che rischiano di perdersi nel vento, sogni-rettili che non sanno volare ma strisciando arrivano dappertutto, sogni-uccelli che volano benissimo ma hanno bisogno di imparare a farlo, sogni-pesci che non voleranno mai, ma mettili sott’acqua e faranno meraviglie, sogni-capre che basta un po’ d’erba e un po’ di tempo e arrivano dove vuoi e ti sorridono pure.

Io il vedremo l’ho imparato, non crediate che ci sono nato dentro. L’ho imparato da una persona che aspettava, e tuttora credo che aspetti; l’ho imparato dalla mia professione, che è un po’ quella di allevatore o di balia di sogni altrui. Ma lo consiglio: toglie l’ansia da prestazione, in realtà toglie un sacco di ansie, sviluppa il senso dell’umorismo, specialmente dell’autoumorismo, aiuta a vedere la complessità e a non perdersi in dualismi che non sono tali, oltre ad altri effetti collaterali che non sto qui ad elencare a quest’ora.

In realtà non posso essere certo di averlo imparato fino in fondo. Probabilmente ho solo superato il livello principiante.

E poi… vedremo.

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