L’effetto Alice

L’effetto Alice

Quando ero piccolo per una settimana (o due? non ricordo, dovrei chiedere…) in giugno la mia famiglia si trasferiva al mare. A Bellaria, per la precisione, in albergo (un albergo che curiosamente portava, e porta tuttora nonostante il numero di stelle sia considerevolmente salito nel frattempo, il nome di una, mi dicono, non particolarmente amena città inglese, famosa per la BBC e perché in ogni località turistica italiana c’è un albergo che porta il suo nome).

Un mio compagno di scuola, Andrea, (parliamo di elementari) soggiornava con la sua famiglia in un albergo sul lungomare cinque o sei alberghi verso nord, frequentava il bagno cinque o sei bagni verso nord rispetto al nostro favoloso “Bagno Renato” e ovviamente la passeggiata mattutina in spiaggia io la facevo verso nord, o lui verso sud, a giorni alterni. E ne uscivano castelli di sabbia impressionanti, gallerie paurose, e i nostri padri con i loro mozziconi accesi ci permettevano di realizzare vulcani che fumavano davvero. Poi giri in pedalò, la motonave Palma di Maiorca, coccobello e via dicendo.

Qui, a Bellaria, mi godevo il mio premio-promozione, visto che la pagella l’avevano già consegnata l’ultimo giorno di scuola: una coppa gelato seduti in gelateria. Una coppa seria, beninteso: con il cioccolato che colava, il biscottino, e i complimenti dei miei, non troppo smaccati, che mia sorella all’asilo ancora non poteva essere promossa.

Riviera romagnola anni ottanta, dico. Anche quando il tempo era brutto, c’era sempre un programma alternativo alla spiaggia. Oltremare e l’Aquafan ancora dovevano essere concepiti, ma Italia in miniatura e Fiabilandia, con il suo brucomela, erano sempre all’altezza delle attese, che duravano tutto l’anno precedente. Poi San Marino, con le granite e le boiate che inevitabilmente si finiva per comprare in uno dei centomila negozietti; San Leo (in realtà, ora che ci penso, a San Leo non ci sono mai stato; era il mio amico Andrea che ci andava sempre, per mia somma invidia).

Una volta ci spingemmo molto lontani, fino a Ravenna. Credo di avere ancora da qualche parte le cartoline illustrate che comprammo a Sant’Apollinare in Classe, ovviamente con il mosaico dell’abside ripreso da sette o otto angolazioni diverse, o quelle, leggermente meno numerose per la ovvia povertà del soggetto, raffiguranti le colombe della tomba di Galla Placidia. Ma fu una gita importante, enfatizzata nei giorni precedenti dalle anticipazioni di mio padre.

E di Ravenna, di quella gita, c’è un’immagine, ma più che un’immagine è una sensazione, che mi è rimasta dentro. Nel senso che poi a Ravenna ci sono tornato altre volte, ho rivisto i vari Sant’Apollinare, la tomba di Dante (capendo anche un po’ meglio che non aveva nulla a che fare con l’olio d’oliva del supermercato), ma in un luogo particolare non mi è più capitato di metter piede, fino a sabato scorso.

Il luogo è la basilica di San Vitale. La sensazione è quella di un luogo sospeso, allo stesso tempo oscuro e brillante, misterioso e bellissimo, ampio e tentacolare. Una foresta di architetture, luci e ombre, bianchi e colore, in cui mi potevo perdere. Un posto il cui fascino per trentaquattro anni (suppergiù) ho avvertito ripescandolo dalla memoria di quel giugno.

Sabato scorso è andata in scena la nuova iniziativa “Dove andiamo a passare il weekend per levarci di casa dopo una settimana di stress?”, organizzata da mia moglie; iniziativa peraltro dal nome fuorviante, visto che non abbiamo per nulla passato il weekend ma solo il pomeriggio di sabato (perché cercare un agriturismo al venerdì sera è uno stress, e partire al sabato mattina prima delle dieci altrettanto).

L’iniziativa ha seguito il seguente (parzialmente programmato) programma:

  • visita alla basilica di Classe,
  • visita al parco giochi di fianco alla basilica di Classe,
  • visita alle mucche che qualche scultore burlone ha lasciato al pascolo davanti alla basilica di Classe,
  • visita alla trattoria dall’altra parte della basilica di Classe,
  • visita all’unico bar aperto di Lido Adriano, in cui i pacchetti acquistabili sono: a) un caffè fatto sul momento, b) un caffè fatto sul momento + la brioche superstite della stagione estiva, c) un caffè fatto sul momento + la brioche superstite + il fumo gratuito dei due avventori che hanno iniziato una briscola ad agosto e sono ancora lì + l’intero bar in vendita o a baratto per una Grande Punto a GPL o equivalenti,
  • passeggiata sulla spiaggia di Lido Adriano che in ottobre sembra più Baltico che Adriatico, altro che Bellaria!
  • visita alla basilica di San Vitale e annessa tomba di Galla Placidia (in realtà questo punto andrebbe messo prima di Lido Adriano, ma visto che è di questo che voglio parlare, l’ho messo per ultimo, va bene lo stesso?)

Ecco, in trentaquattro anni (suppergiù) devo aver mangiato la torta “mangiami” di Alice. O la basilica l’hanno lavata con la vaporella e si è infeltrita. Non vedo altre spiegazioni. Andate qualche riga sopra, a quella mirabile scelta di antonimi che ho usato per descrivere la sensazione. Forse bellissimo si salva, ma a trent’anni di distanza non si può far finta che il superlativo abbia lo stesso significato, e più che oscuro direi male illuminato. Ma non è più misteriosa, né enorme. Non è più né ampia né tentacolare, anzi ha una struttura piccola e piuttosto semplice. Di perdersi non se ne parla, non ha nemmeno l’aria della foresta, per quanto luci, ombre, bianchi e colore non manchino. Il fascino? Sparito.

Quello che mi portavo dentro come un luogo magico, ahimè, non c’è più. E’ stata, insomma, una delusione. Non me ne vogliano i ravennati o il titolare della basilica: non è colpa loro. Anzi, devo ammettere che la basilica ce la mette tutta, e conterà ben più l’UNESCO del mio parere, no? E’ solo colpa del brutto tempo a Bellaria, nel giugno di trentaquattro (suppergiù) anni fa.

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