La fiera delle banalità

La fiera delle banalità

Uno dei commenti al post sul computer in classe diceva sostanzialmente che il ministro Profumo, al pari dei suoi predecessori, sta navigando a vista nelle sue proposte.

Il fatto che la lungimiranza non stia di casa da queste parti e in particolare dalle parti di molti nostri governanti, credo sia abbastanza assodato. Il commento di Dante diceva: bisogna capire come vogliamo riformare la nostra scuola.

Secondo me dobbiamo fare qualcosa di più, se non vogliamo che qualunque proposta (anche quella che a Dante sta molto, moltissimo a cuore, di togliere un po’ di potere ai sindacati: prima o poi gli chiederò quanti giocattoli gli hanno rubato da bambino i sindacalisti!) finisca nell’album dei provvedimenti estemporanei, tanto per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Io vorrei che qualcuno si sedesse davanti a un pacco di carta Fabriano, con matite, compassi, righelli, colori, colla, sì insomma tutta l’attrezzatura, e disegnasse la scuola del 2030. Come la vorremmo? Quali sono gli elementi indispensabili per la scuola italiana nel 2030?

Capisco che non sappiamo quel che succederà di qui a un mese, ma se non ci si prova nemmeno, a governare i cambiamenti, quelli a lungo termine, ché quelli nell’immediato sono ovviamente esposti a tutte le emergenze e contingenze, se non ci si prova nemmeno, dicevo, dopodomani ci svegliamo nel 2030 con una scuola (una sanità, una politica… un Paese) che non si capisce da dove salti fuori e non fa contento nessuno.

Da dove partire? Boh, a me pare che i sei scenari dell’OCSE, se uno non ha idee, possano essere un buon punto di partenza. O meglio che niente. Ad esempio, a me non pare che se ne sia mai parlato, in Italia, in termini progettuali, che non si sia mai presa una decisione d’indirizzo. Può anche darsi che sia colpa mia, che io non ne sia informato. Ma in tal caso, probabilmente, si tratta di decisioni passate troppo sopra le teste di chi concretamente opera nel campo in questione.

Devo dire la mia? Le uniche che non butterei via sono le due di mezzo, magari incastrandole insieme. Ma sarei pronto ad ascoltare i fautori anche delle altre, perché no?

E allora, disegnata la scuola, bisogna ordinare i materiali per costruirla. Cosa serve? Servono meno sindacati? Servono meno finanziamenti? Di più? Insegnanti tuttofare o specializzati? Precari? Molti? Pochi? Tanto latino? Tanta informatica? Un computer per ogni classe? Un tablet per ogni alunno con i capelli rossi?

Non so se vi è mai capitato di passare in un cantiere edile, magari di qualche edificio progettato da un architetto un tantino sbiellato. Si possono vedere, soprattutto se i lavori sono ormai avanzati, degli articoli molto bizzarri, che presi singolarmente fanno sorridere, o incuriosiscono sulla loro destinazione finale. Solo chi ha in mente il progetto, o chi vede la costruzione ultimata è in grado di capire che quel dettaglio che da solo non aveva senso, un senso ce l’ha davvero. Per cui, nonostante io abbia scritto che un computer in ogni classe per me non serve a niente, magari, nel quadro di una scuola progettata in un certo modo potrebbe anche servire. Il problema, lo ripeto, è il progetto.

E quando? Con che tabella di marcia? Se dobbiamo arrivare a regime nel 2030 quale road map stendiamo?

E si discute, un mese, sei mesi, un anno. Si cerca un accordo, ascoltando (per davvero, non per formalità), perché la scuola non è della maggioranza: è del Paese. Si discute con chi vuole discutere e se qualcuno, di fronte a un progetto di riforma fatto in modo intelligente, si mette di traverso per partito preso, lo si mette alla porta, stile Thatcher, perché il Paese non può essere ostaggio di chi confonde la difesa dell’indifendibile con il sindacalismo. E poi qualcuno si prende la responsabilità di proporre, di votare, di applicare. E per vent’anni, con lealtà al Paese, le varie maggioranze che si succedono portano avanti il progetto, magari correggendo qua e là, ma con fedeltà.

Io chiedo scusa se sto scrivendo delle banalità assolute. Me ne rendo ben conto. Purtroppo ho la spiacevole impressione che chi ci governa, da tempo ormai abbia perso completamente il (buon)senso del banale, dell’ovvio. E qualche volta anch’io, che non governo un bel niente, mi rendo conto di aver bisogno di un promemoria.

La lungimiranza non è questione di genio: è un’abitudine, e va educata.

Un pensiero su “La fiera delle banalità

  1. Per piacere, potresti inviare questo tuo post a tutti i giornali e alle tv? e anche, se non è troppo disturbo, al parlamento, al senato, al consiglio dei ministri e al presidente della repubblica? Le tue ‘banalità assolute’ sono il bandolo della matassa che sembra tutti stiano perdendo e tu lo hai recuparato con parole semplici e precise, impossibili da non comprendere, e con un equilibrio che è impossibile non condividere. Quindi vorrei tanto che queste parole finissero sotto gli occhi di tutti quelli che possono sedere davanti a quel pacco di carta Fabriano….

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