Mandorle

Mandorle

C’è vento oggi: tempo ideale per stendere i panni bagnati.

C’è da qualche parte nell’Egeo, vicino alla costa turca, una piccola isola greca. E’ un vulcano e si chiama Nisyros.

Si sbarca al porticciolo di Mandraki, si prende poi un pullman piuttosto sgangherato che corre su strade iconicamente adeguate al mezzo e che salgono lungo il pendio della montagna. Poi, all’improvviso, il lato che prima era occupato dal fianco del monte si apre su una valle ampia e ripida: la caldera. Si scende, sempre con l’impressione che le ruote del veicolo siano decisamente troppo vicine all’orlo del precipizio, finché si arriva a destinazione: il cratere vero e proprio.

Lì occorre scendere a piedi, e se la temperatura è torrida al di fuori della caldera, lo è ancora più dentro, dove non si avverte alcun movimento d’aria; ma nel cratere ancora si leva qualche piccolo pennacchio di vapore e il caldo è quasi insopportabile.

Ma poco distante dal parcheggio della corriera e dal sentiero che scende nel cratere c’era, qualche anno fa, un piccolo chiosco.

Soumada, si chiama la bevanda che servono. Non è diversa da un’orzata nostrana: una bibita ghiacciata a base di mandorle. Molto dolce e fredda, morbida in bocca, profumata.

Ecco, a ripensarci, a lavarlo bene, questo ricordo, mi pare assai probabile che quella bibita non fosse nulla di straordinario. Niente mandorle bio, niente acqua sorgiva, penso. Probabilmente preparata altrove e trasformata in sciroppo da allungare alla consumazione.

Eppure, quando lo stendo al sole, sento ancora il profumo di mandorle, contro l’odore di zolfo. Avverto ancora la consistenza cremosa, con qualche fibra qua e là sulla lingua, prima secca e impastata. Mi coglie anche adesso la sensazione di freschezza, in un mondo reso tremulo dall’aria cocente. Una dolcezza quasi eccessiva, ma necessaria per bilanciare la durezza e l’aridità di quello scrigno di fuoco nel mare nostro.

C’è vento oggi, e io il mio piccolo ricordo bagnato l’ho steso al sole, lo stesso sole capace di inondare di luce questo pomeriggio emiliano e quella mattinata nel Dodecaneso. E mi pare che stia già asciugando. Il profumo di soumada: lo sento, lo cerco. Anche oggi, sul bordo del cratere.

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