I giorni dell’attesa

I giorni dell’attesa

L’estate è per me, da quando lavoro, un tempo d’attesa.

Quest’anno e lo scorso la stabilità del congedo per dottorato ne attenuano l’importanza, ma il senso di suspense rimane.

I primi anni era l’attesa dell’incarico. Qualche volta un’attesa estiva che si è protratta fino a novembre, o addirittura a dicembre.

Poi l’attesa di vedere fino a che punto l’ufficio regionale sarebbe arrivato nelle graduatorie del concorso a chiamare per il ruolo. Era il 2005: la chiamata arrivò mentre io ero in auto in una rotatoria, letteralmente, a Dobbiaco, in vacanza. La vacanza non era nella rotatoria, ovviamente. Ci rimasi, girando in tondo, per la gioia dei miei passeggeri, per tutto il tempo della telefonata, perché dopo la rotatoria c’era un tunnel e non volevo perdere la linea.

Da allora l’estate era l’attesa per i trasferimenti, che riguardavano altri, perché poi c’erano le assegnazioni provvisorie, che invece mi interessavano, nella speranza di tornare a lavorare in provincia.

E poi l’attesa del trasferimento definitivo in provincia. E ora, la qual cosa rimane comunque degna di un’attesa abbastanza frenetica, il trasferimento in quella che spero sarà, per lungo tempo, la “mia” scuola.

Tanto per spiegare a chi non sa cosa voglia dire, significa non essere mai certo di essere nella stessa scuola per due anni di seguito. Con gli stessi studenti, gli stessi colleghi, le stesse modalità di lavoro.

La mia attesa è, tutto sommato, prossima a finire. Quest’anno, il prossimo, o quello dopo spero di arrivare, come scrivevo, a una sede definitiva, in cui iniziare un percorso di lungo respiro.

Ma non posso dimenticare quanti, anche con più anzianità di servizio, o di età, di me, da anni continuano a sperimentare la stessa attesa, senza la prospettiva di vederla terminare, in tempi brevi. Insegnanti che ogni anno devono inventarsi nuovamente un ruolo, motivazioni, prospettive, perché il sistema non è in grado di stabilizzarli e le singole scuole non sono in grado di dar loro continuità di servizio (e di darsi continuità didattica quando hanno a che fare con supplenti).

E allora, la mia attesa tinta di speranza e di definitivo, che diventa un’emozione anche bella da condividere qui sul blog, se l’avverto importante per il mio futuro, sono ben consapevole che è attesa leggera, rispetto a quella di altri, che assomiglia alla mia attesa degli inizi, ma è invece un inizio continuo e senza fine.

Buona attesa, cari colleghi, buona attesa.

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