Un debito di gratitudine

Un debito di gratitudine

Ci sono dei mestieri privilegiati, perché si lasciano scoprire in modi diversi e a età diverse, e grazie a persone diverse. Il mio, ad esempio.

Alcuni scoprono il mestiere di insegnante quando iniziano, per un’occasione fortuita, a farlo, senza aver mai prima pensato che quello è effettivamente un mestiere. Altri scelgono una disciplina, la approfondiscono, si appassionano, e un po’ forzatamente, un po’ per gioco, scoprono che possono insegnarla.

Io l’ho scoperto ancora prima, quando ero tra i banchi, alle superiori. La matematica mi era sempre piaciuta molto, probabilmente anche perché mi riusciva bene; la fisica un po’ meno e da meno tempo. Ma come insegnanti di matematica ho sempre visto un alternarsi, di anno in anno, di supplente in supplente, era l’impressione che ne avevo, non ovviamente un giudizio a posteriori, di docenti decenti e meno decenti.

Al liceo ero nell’ultima sezione, la G. Eravamo nei sotterranei, tutti noi della G. Cosa che non ci dispiaceva molto: alla periferia dell’impero i controlli erano sicuramente meno pressanti che, ad esempio, su nei piani alti della capitale, vicino alla Presidenza, dove era dislocata la sezione A. La prima, la “migliore”. Loro, lassù, avevano gli insegnanti di ruolo, noi i supplenti, o gli ultimi arrivati, nelle cantine.

Io avevo tanti amici nelle diverse classi della A. All’intervallo, quando spesso salivo a trovarli (vabbè, la storia è più complessa, ma non c’è bisogno di entrare nei dettagli), o fuori, quando ci vedevamo in compagnia e la scuola rimaneva un importante argomento di confronto e conversazione, ci raccontavamo tante cose, compresi i nostri rispettivi docenti.

Io mi ero fatto l’idea che la storia della A era una bufala. Perché confrontando i nostri prof, in questa materia loro si lamentavano ma io ero contento, in quell’altra erano contenti loro ma mi lamentavo io. Era sostanzialmente un pareggio. Se si eccettuava matematica.

Sì, perché su matematica loro non scherzavano. Anche negli anni fausti in cui io potevo vantarmi, non potevo certo competere con quello che mi dicevano loro.

A diciassette diciott’anni avevo imparato già a fare la tara ai discorsi trionfalistici. Per cui non era ciò che mi raccontavano a colpirmi (e a suscitare un tantino d’invidia), ma piuttosto il “come” lo dicevano. Non erano gli espedienti didattici, gli episodi, i risultati a risultarmi importanti, ma ciò che i racconti rivelavano tra le righe.

Rispetto. Grandissimo. Da parte di amici cari, di cui avevo (e ho) stima, nei confronti della loro prof di mate e fisica. E che vedevo motivato, nei loro racconti, dal grandissimo rispetto che lei aveva di loro. Affetto, anche questo grandissimo. Qualcuno la chiamava “la mamma”, ma anche dai racconti di chi non lo faceva intuivo l’attenzione personale, l’interesse e l’interesssamento personale che questa prof, dall’aspetto effettivamente materno, morbido, sorridente, doveva avere per ciascuno dei suoi studenti. Ammirazione per la sua competenza, sia nella disciplina che nel come porgerla. Frutto, evidentemente, di studio, di esperienza, di elaborazione, di fine sensibilità.

Nemmeno nei miei anni fausti io potevo arrivare a questo, nei confronti dei miei insegnanti di matematica.

Io, a quel punto, sapevo che avrei studiato fisica. E sapevo anche, credo, che avrei fatto l’insegnante, prima o poi. Ma tra tutto, ciò che rendeva davvero affascinante questa prospettiva era l’idea di poter arrivare, un giorno, alla consapevolezza che i miei studenti (ed ex-studenti) parlassero di me in quegli stessi termini. Non tanto per mia soddisfazione personale, quanto per la rilevanza delle materie, la preparazione, l’esperienza di apprendimento che questo rapporto speciale e solido con la prof rivelava in coloro che ne parlavano.

Poi, ed è stato quasi uno shock, ho scoperto che lei mi conosceva. Non ho mai capito come, ma è possibile che il motivo fosse l’abitudine, insospettata, che alcuni docenti avevano di parlare dei loro studenti in sala insegnanti. Un po’ come noi studenti facevamo tra di noi con loro. O forse perché alla maturità (che si chiamava maturità), la nostra quintaG, per qualche strano gioco di aritmetica amministrativa, era stata inserita nella stessa commissione della sua quintaA.

Di sfuggita, e me ne sono sempre sentito sorpreso e lusingato, in corridoio anziché in classe, il suo sorriso incoraggiante ha toccato anche me.

Col tempo ho imparato che non c’è un modello di insegnante buono per tutte le stagioni, che non esiste l’insegnante perfetto, che si impara sempre qualcosa da chiunque. Ma quel che ho imparato da quell’insegnante non mia è stato ed è ancora centrale nel mio modo di intendere il mio mestiere. Ho imparato da lei, indirettamente soprattutto, riflettendo, che si può lavorare scrupolosamente e con dedizione, in modo esigente con se stessi e con i propri studenti, considerandoli come persone a tutti gli effetti, e vedere che i risultati di questo lavoro sono riconosciuti dagli studenti stessi per primi.

E se, passato ormai dall’altra parte della cattedra, fino all’anno scorso sempre avevo cercato di evitare supplenze in quell’istituto e mai avevo chiesto trasferimenti o assegnazioni lì, è principalmente per un senso di soggezione dei luoghi e delle persone, e tra le persone, sicuramente di lei, una tra le poche rimaste in servizio di quelle che avevo conosciuto. Soggezione di lei, per ciò che le devo. Una soggezione probabilmente ingiustificata, di cui credo che lei stessa avrebbe riso, tanto più che poi i casi della vita mi avevano regalato la fortuna dell’amicizia di un pezzo della sua bella famiglia. Ma tant’è.

Non so se queste parole gliele avrei volute dire. Certamente non avrei saputo farlo, a lei in persona. Forse possono però essere ben accette a chi oggi piange la sua scomparsa. Da parte mia, trovo davvero consolante il fatto che la sua lontana presenza abbia potuto significare tanto per me: mi chiedo, e la povera risposta mi sorprende, quanto può aver significato, nella vita di centinaia di studenti “suoi”, la sua forte presenza.

Addio, prof.

E, anche se probabilmente le verrebbe da dire di non meritare la mia gratitudine perché è semplicemente così che si fa il suo mestiere, il nostro mestiere, cara prof, grazie.

Un pensiero su “Un debito di gratitudine

Rispondi a annalisa guidetti Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.