Horror vacui

Horror vacui

Non so, questa è una lettera che ho (ri)scoperto ieri sera. E’ indirizzata a M. Périer, e contiene tanti di quegli spunti di riflessione, anche per chi di fisica ricorda poco o non ha mai studiato niente, che mi è parso un regalo da condividere. Per la precisione, l’esperienza sul vuoto di cui si parla a metà della lettera è l’esperienza che padre Mersenne riferì all’autore, svolta da Evangelista Torricelli in Italia pochi anni prima della presente lettera.

Signore,

non interromperei il lavoro continuo in cui il vostro impiego vi impegna per intrattenervi con meditazioni fisiche, se non sapessi che esse serviranno a rilassarvi nelle vostre ore di sollievo e che, in vece di altri che ne sarebbero imbarazzati, voi ne troverete divertimento. A minor ragione mi faccio problema sapendo il piacere che riceverete da questo tipo di discussione.

Questa non sarà che una prosecuzione di quelle che abbiamo avuto insieme riguardanti il vuoto. Sapete quale opinione i filosofi hanno avuto a proposito: tutti hanno tenuto come massima che la natura aborra il vuoto; e quasi tutti, spingendosi oltre, hanno sostenuto che essa non possa ammetterlo, e che si distruggerebbe piuttosto che tollerarlo. Così le opinioni si sono divise; le une si sono accontentate di dire che essa l’aborre solamente, le altre hanno affermato che essa non lo possa sopportare. Io ho lavorato, nel mio Riassunto del trattato sul vuoto, a distruggere questa seconda opinione, e credo che le esperienze che vi ho riportato bastino a far vedere in modo manifesto che la natura può sopportare e sopporta in realtà uno spazio, grande quanto si voglia, vuoto di tutte le materie che conosciamo e che cadono sotto i nostri sensi.

Sto lavorando ora ad esaminare la verità della prima, e a cercare delle esperienze che facciano vedere se gli effetti che si attribuiscono all’orrore del vuoto devono essere davvero attribuiti a questo orrore del vuoto, o se li devono essere al peso e alla pressione dell’aria; perché, per dischiudere francamente il mio pensiero, fatico a credere che la natura, che non è per nulla animata né dotata di sensi, sia suscettibile di orrore, dato che le passioni presuppongono un’anima capace di provarle, e sono molto più incline ad imputare tutti questi effetti al peso e alla pressione dell’aria, perché non li considero che dei casi particolari di un’affermazione universale dell’equilibrio dei liquidi, che deve costituire la parte maggiore del trattato che ho promesso.

Non è che non abbia avuto questi stessi pensieri al momento della produzione del mio Riassunto; ciononostante, in mancanza di esperienze convincenti, non ho osato allora (e non oso ancora) staccarmi dalla massima dell’orrore del vuoto, e l’ho usata io stesso come massima nel mio Riassunto; non avevo allora altro scopo che combattere l’opinione di coloro che sostengono che il vuoto sia assolutamente impossibile, e che la natura tollererebbe piuttosto la distruzione che il minimo spazio vuoto. In effetti, non stimo che ci sia permesso di allontanarci con leggerezza dalle massime che riteniamo dall’antichità, se non vi siamo obbligati da prove indubitabili e invincibili. Ma in questo caso, io ritengo che sarà un’estrema debolezza farci il minimo scrupolo e che, infine, dobbiamo avere più venerazione per le verità evidenti che ostinazione per queste opinioni ricevute.

Non saprei testimoniarvi meglio la circospezione che porto prima di allontanarmi dalle massime antiche che rimettendo alla vostra memoria l’esperienza che feci in questi giorni passati in vostra presenza con due tubi, uno dentro l’altro, che mostra visibilmente il vuoto dentro al vuoto. Vedeste che il mercurio del tubo interno si fermò sospeso all’altezza in cui si ferma nell’esperienza ordinaria, quando era controbilanciato e premuto dal peso della massa intera dell’aria, e che al contrario, cadde completamente, senza che ad esso rimanesse alcuna sospensione o altezza, quando, per mezzo del vuoto di cui esso fu circondato, esso non fu più premuto né controbilanciato da alcun’aria, essendone stato privato da tutti i lati. Vedeste poi che questa altezza o sospensione del mercurio aumentava o diminuiva a seconda che la pressione dell’aria aumentasse o diminuisse, e che infine tutte queste diverse altezze o sospensioni del mercurio si trovavano sempre proporzionate alla pressione dell’aria.

Certamente, dopo questa esperienza, v’era modo di persuadersi che non è l’orrore del vuoto, come crediamo, che causa la sospensione del mercurio nell’esperienza ordinaria, ma piuttosto il peso e la pressione dell’aria, che controbilancia il peso del mercurio. Ma poiché tutti gli effetti di quest’ultima esperienza dei due tubi, che si spiegano così naturalmente grazie al solo peso e alla pressione dell’aria, possono ancora essere spiegati molto probabilmente con l’orrore del vuoto, mi attengo ancora a questa antica massima, risoluto nondimeno a cercare un chiarimento completo di questa difficoltà tramite un’esperienza decisiva. Ne ho immaginata una che potrà da sola bastare a darci la luce che cerchiamo, se potrà essere eseguita con giustezza.

C’è da fare l’esperienza ordinaria del vuoto diverse volte lo stesso giorno, nello stesso tubo, con lo stesso mercurio, sia alla base che alla sommità di una montagna, alta almeno cinque o seicento tese, per provare se l’altezza del mercurio sospeso nel tubo si troverà ad essere uguale o diverso in queste due situazioni. Vedete già senza dubbio che questo esperimento è decisivo per la questione e che, se avremo che l’altezza del mercurio sarà minore in alto che alla base della montagna (come ho molti motivi per credere, nonostante tutti quelli che hanno meditato su questa materia siano contrari a questa opinione), ne seguirà necessariamente che il peso e la pressione dell’aria è la sola causa di questa sospensione del mercurio e non l’orrore del vuoto, poiché è ben certo che c’è molta più aria a pesare sui piedi della montagna che non sulla cima; invece non si potrà dire che la natura aborra il vuoto ai piedi della montagna più che sulla sua cima.

Ma poiché la difficoltà si trova solitamente unita alle grandi cose, ne vedo molte nell’esecuzione di questo progetto, poiché bisogna per questo scegliere una montagna molto alta, vicino a una città nella quale si trovi una persona capace di fornire a questa prova tutta l’esattezza necessaria. Perché se la montagna fosse lontana, sarebbe difficile portarvi i vasi, il mercurio, i tubi e molte altre cose necessarie, e intraprendere quante volte necessario i penosi viaggi per trovare in cima a queste montagne il tempo sereno e comodo che non vi si vede che poco spesso. E poiché è anche raro trovare delle persone al di fuori di Parigi che abbiano queste qualità e dei luoghi che abbiano queste condizioni, mi sono considerato molto fortunato d’avere, in questa occasione, incontrato l’una e l’altro, poiché la nostra città di Clermont è ai piedi dell’alta montagna del Puy de Dôme, e poiché spero che, nella vostra bontà, mi accorderete la grazia di volervi fare voi stesso questa esperienza; e su questa certezza, l’ho fatto sperare a tutti i nostri curiosi di Parigi, e tra gli altri al reverendo padre Mersenne, che si è già impegnato, con lettere che ha spedito in Italia, in Polonia, in Svezia, in Olanda, ecc., a renderne partecipi gli amici che vi si è acquisito con i suoi meriti. Non entro nei dettagli dell’esecuzione, perché so bene che non ometterete alcuna delle circostanze necessarie per farlo con precisione.

Vi prego solamente che questo sia non appena vi sarà possibile e di scusare questa libertà a cui mi forza l’impazienza che ho di apprenderne il successo, senza il quale non posso mettere l’ultima mano al trattato che ho promesso al pubblico, né soddisfare il desiderio di tanti che l’attendono, e che vi saranno infinitamente grati. Nnon è che voglia diminuire la mia riconoscenza col numero di coloro che la divideranno con me, perché voglio, al contrario, prendere parte a quella che essi avranno per voi e rimanere, ancor più,

Signore,

vostro umilissimo e obbedientissimo servitore,

Pascal

Parigi, 15 novembre 1647

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