La dignità eteronoma

La dignità eteronoma

“Se sarà provato che ho ricevuto favori, mi dimetterò”.

Come dire: anche se io so se ho o non ho ricevuto favori, tocca a te dimostrarlo e se ci riuscirai io lascerò l’incarico.

L’onere della prova ovviamente spetta all’accusa, ma non ha come fine le dimissioni ma l’incriminazione. Le dimissioni attengono alla sfera della dignità personale.

E allora mi si presenta una distorsione che trovo preoccupante: la mia dignità non è qualcosa di mio da custodire e preservare continuamente con comportamenti coerenti con i miei valori e con i valori rappresentati dalle istituzioni di cui eventualmente faccio parte, ma qualcosa che viene riconosciuto e sancito dalla mia elezione a qualche incarico, fissato e dichiarato pubblicamente e solo un evento esterno che prova la mia indegnità è in grado di cancellarlo.

La mia dignità non è più qualcosa di interiore, ma di esteriore. Non è più legata alla mia responsabilità, ma alla mia perseguibilità. Non è più qualcosa che io decido per me, ma che altri mi riconoscono o mi revocano.

Mi pare un essere senza dignità quello che non è in grado di darsela da solo ma attende un giudizio esterno, certo, per convenienza, ma pur sempre esterno. Un essere senza dignità, perché la dignità eteronoma si chiama consenso, non si chiama dignità.

Sono certo, Presidente, che se ci pensa su un po’ sarà d’accordo con me. Poi magari deciderà di non dimettersi ugualmente, e in qualche modo glielo auguro, perché vorrà dire che avrà ripreso in mano la sua dignità e si sarà accorto che, intanto che dormiva, non si è macchiata, o meglio che lei non l’ha macchiata. Ma soprattutto perché si sarà reso conto di quanto lontano si è spinto con questa sua dichiarazione dagli ideali di cui ha sempre fatto, a mio avviso talvolta anche in modo improprio e strumentale, bandiera.

Sempre che non sia stato frainteso. Ovviamente.

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