Capodanno (4/4)

Capodanno (4/4)

(segue da Capodanno (3))

David non era andato a salutare gli altri, come uno che avesse intenzione di andarsene. In un angolo scuro del bar si era arrestato guardando verso la porta del salone. Là, una figura si stagliava contro la luce brillante, di spalle ma inconfondibile, appoggiata a uno stipite: Nataly. Bella come allora, con quella grazia, con quella finezza nei dettagli che lui aveva iniziato a capire solo molto tempo dopo averla lasciata: usata e lasciata, per la precisione. David sapeva che questo le aveva fatto, come a tante altre, molto più che a tante altre.

Rimase fermo nel suo punto di osservazione, cercando di memorizzare ogni dettaglio della ragazza: i suoi capelli stirati e dai riflessi di seta, la sua carnagione chiara, le sue gambe dritte e lunghe, le ampie spalle, tutto quanto. Un profumo gli tornò in mente, un profumo che aveva dimenticato, il profumo della saliva di lei sulle proprie labbra. Un senso di disagio iniziò a strisciargli dentro, dallo stomaco. Tristezza, voglia di andarsene, di tornare nell’appartamentino al campus, così lontano da tutto questo mondo, a cui non voleva più appartenere. Si disse di aver sbagliato a tornare a Trinidad. Si disse poi che aveva invece fatto bene, la sua famiglia era qua. Si trovò diviso, tra un mondo che era stato suo e che gli voltava le spalle, e un mondo che ricordava come proprio ma che era scomparso improvvisamente, crollato in quei momenti.

Alana, Shawaine e Lily arrivarono, dopo aver spedito Lee con il suo improvvisato tassista.

“Ragazzi, che tipo, Lee”, disse Lily. “Cos’ha fatto, Boysie? La batteria?”

“Credo di sì: non ci si poteva fidare, no?”, rispose Sha, un sorriso furbetto sulle labbra.

David non disse niente, ma con un gesto della testa indicò Nataly. Le tre ragazze seguirono la punta del suo naso, videro, ricordarono e compresero.

“Qualche rimpianto, piccolo?”, chiese Alana, avvicinandosi a lui e prendendolo sotto braccio.

“Qualche rimorso, probabilmente”, le rispose sua sorella, guardando però come l’espressione di David reagiva alle sue parole.

Lily si allontanò, come percependo di essere un’intrusa in un momento di un’intimità che non le riusciva interessante.

“Eh, sì, probabilmente hai ragione, Sha”, disse Alana, annuendo. “David, caro, trova la tua Claire; visto che ormai la gente non ha bisogno di noi, ci terremmo a mostrarvi qualcosa…”, concluse con fare misterioso.

David si distrasse dalla visione di Nataly e rispose confusamente che sarebbe andato a cercare Claire. Non dovette fare molta strada, perché la ragazza gli stava venendo incontro, pronta a salutare e a lasciare la festa.

“Eccoti”, disse Shawaine con leggerezza, “stavamo per venire a cercarti!”

“Sono pronta: sapete, noi visi pallidi abbiamo bisogno di sistemarci per non sfigurare di fronte alle vostre carnagioni perfette”, disse Claire scusandosi.

“Sì, proprio tu, Claire, rischi tanto di sfigurare. Volevamo mostrarvi qualcosa, Sha e io, prima che andiate via”.

“Va bene. Di che si tratta?”, chiese Claire incuriosita, mentre rivolgeva lo sguardo a turno sulle sorelle e su David, che rispose alzando le spalle ed esprimendo con un’espressione del viso il fatto di non saperne più di lei.

Sha e Lann li condussero verso le scale che salivano al piano superiore e fecero strada salendo. Arrivate sul pianerottolo, Alana si fermò dietro a una porta chiusa, che David sapeva essere quella della camera di Bob. Alana ascoltò un secondo, poi, con grande attenzione a non far rumore lentamente abbassò la maniglia d’ottone e socchiuse la porta, sbirciando all’interno. Soddisfatta, lasciò la maniglia, permettendo alla porta di aprirsi leggermente e si scansò. David si affacciò e si ritrasse subito, fronte aggrottata ed espressione preoccupata. Claire fu la prossima a guardare e a stupirsi. Shawaine, per ultima, chiuse la porta, dopo aver dato anche lei un’occhiata.

“Cosa gli è successo?”, chiese David, appena la porta fu chiusa.

“La ragazza sbagliata. O forse quella giusta. Dipende”, rispose Alana.

“Cioè?”, chiesero all’unisono Claire e David.

“Ieri notte, saranno state le due, mi chiama da Champs Fleurs, dice che ha distrutto la macchina. Io però non potevo andare a dargli una mano, ero impegnata”, e qui Shawaine condì con un sorriso malizioso il suo racconto, “così ho chiamato Lann”.

“Ma io ero nel sud. Per lavoro. E stavo dormendo a casa di amici. Sapevo che ieri sera Bob usciva con i suoi amichetti, così ho pensato di fare la cosa giusta chiamando la sua ragazza…”, proseguì Alana. “Lei, preoccupatissima, è andata a vedere cosa era successo. Abita a Maraval, capirai, ci ha messo un attimo. Beh”, e qui Alana si fermò per preparare la rivelazione: “la macchina, la Accord nuova, era effettivamente da buttare. L’ha presa su uno di Mount Lambert che se la tiene per ricordo e per pagarsi il disturbo. E il caro Bob non si era fatto praticamente niente. La graziosa bambolina che era con lui, sì, esatto, c’era una tipa con lui, e più nuda che vestita, invece, aveva il naso rotto.”

“E ora il naso rotto ce l’ha anche lui, dopo che la sua ragazza gli ha tirato un fanale in faccia”, terminò Shawaine.

“E un braccio rotto, dopo che lei ha cercato di finire il lavoro con non so che altro pezzo dell’auto”, aggiunse Alana.

“Puoi ben capire perché non è sceso stasera. Oltretutto, ha dovuto farsi la Main Road a piedi fino a San Juan, prima di trovare qualcuno che lo portasse a casa in quelle condizioni. Dorme da mezzogiorno ed è imbottito di antidolorifici”.

David e Claire si guardarono un attimo, poi entrambi, increduli e indecisi sull’atteggiamento da tenere, cercarono un suggerimento sui volti delle due sorelle. Trovatolo, scoppiarono insieme alle altre due in una risata assolutamente incontenibile.

“Pagherei oro zecchino per una foto della faccia di Bob quando è arrivata la sua ragazza”, disse David. “E lei, che fine ha fatto dopo? La ragazza di Bob, voglio dire. Si è fatta viva?”

“Certo”, rispose Shawaine, “non l’hai vista? Ma certo che l’hai vista, ci hai ballato insieme!”

“Michelle???”, chiesero in coro Claire e David.

A quest’altra rivelazione seguì ovviamente un secondo scroscio di risa.

“Avevo visto giusto, allora: è una da prendere con le pinze!”, disse David.

“Altroché!”, rispose Shawaine. “Ho solo paura che lei se ne vada, e che lui la lasci andare via. Sarebbe perfetta per lui”, sospirò.

“È lui che non è fatto per lei”, disse Alana, scettica.

“Mah”, concluse David, “lei non mi ha detto che si è mollata con il suo ragazzo: mi ha detto che è in pausa di riflessione, Sha. Forse c’è ancora  speranza. E, conoscendo il tipo, forse è più che una speranza”.

“Ci teneva molto a conoscerci meglio, Claire e me: secondo me non si sente fuori dalla famiglia. Magari domani passiamo, con lei, a vedere come sta.”, disse David, mentre si avviava di nuovo verso le scale.

Scesero di nuovo al piano di sotto, dove Lily stava facendo gli onori di casa insieme all’immancabile Boysie e salutava tutti e ringraziava per la bella serata. C’erano invitati addormentati qua e là, persone in fila ai bagni, altre fuori sotto la pioggia a smaltire. Altri ancora mangiavano, dolci, carne, patate, qualunque cosa fosse rimasta.

David e Claire abbracciarono calorosamente Alana e Shawaine, esprimendo gratitudine per la serata e rinnovando l’impegno a tornare per salutare Bob all’indomani. Claire tornò ad invitare entrambe a visitarli negli Stati Uniti, un invito già vecchio di un anno e non ancora onorato.

“Ciao, allora, a domani. ‘Notte Lily, notte Boysie”, disse Claire.

“A domani, Claire, ‘notte David, un bacino. Ciao!”

“A domani, cugino. Ciao cara, a domani”

“’Notte Sha, ‘notte Lann, a domani. Lily, è stato un vero piacere. Boysie: alla prossima volta!”

“Buonanotte signorina, buonanotte David, briccone, vengo a trovarti in Ohio, se te la passi così bene”

“Vieni pure, ti aspettiamo, Boysie. Buonanotte”.

“Buonanotte, David. Buonanotte Claire”.

Era ancora buio, alle tre e mezza di mattina. Pioveva, ma forse stava per smettere. L’aria fresca della notte profumava di foresta bagnata, nella valle di Santa Cruz. I rumori si erano calmati e, oltre a qualche occasionale auto, con il regolamentare sottofondo di bassi a tutto volume, solo il rimbalzo delle gocce sulle ampie foglie e lo scorrere degli scoli e del ruscello si facevano sentire. La Corolla noleggiata li aspettava a poca distanza. David decise di prendere la strada di Maraval. Dopo pochi chilometri, la Saddle Road iniziò a salire e in tre tornanti li condusse all’imbocco della North Coast Road. Claire chiese scusa, si sistemò comoda e sprofondò velocemente in un sonno profondo.

David non riusciva a togliersi dalla mente la visione di Nataly. Si chiedeva che cosa fosse davvero stato di lei dopo averla lasciata, quando lui aveva forse ventidue anni e lei diciassette. Immaginava come sarebbe stato l’incontro, se invece di rimanere nascosto nel suo angolo buio nel bar si fosse presentato o, sorprendendola alle spalle, l’avesse cinta con un braccio e le avesse detto qualcosa in un orecchio. Le era sembrata fragile. L’immagine, un po’ banale, pensò, era quella di un fiore che lui aveva colto e lasciato sul ciglio della strada e che, tanto tempo dopo, ritrovava nello stesso punto, non ancora appassito: avrebbe forse dovuto ora fare qualcosa, prendersene cura? O era solo un’impressione creata da un desiderio di innocenza?  Ricordava alcuni momenti di intimità che avevano vissuto. Attenderla a poca distanza dal Convent, quando lei usciva dalle lezioni, senza farsi vedere dalle sue amiche. Le passeggiate al giardino botanico, sulle cui panchine quanti baci erano stati scambiati! Maracas, le gite con gli amici, gli scherzi in mare, la vicinanza dei loro corpi, in pubblico ma senza che nessuno davvero potesse vedere ciò che loro invece sentivano.

Stavano lasciando ormai Maraval ed entrando sulla Queen’s Park Savannah. E sì, certo, la loro prima volta insieme, che era stata anche la prima volta di lei, almeno così lei aveva detto, no, non potevano esserci dubbi, in una beach house a Mayaro, durante le vacanze estive, una sera tanto attesa. Forse l’unica esperienza di questo tipo di cui custodiva così tanti dettagli e tante sensazioni ancora vive. Ma più ancora di questi momenti di intimità fisica, egli tornava a piccoli episodi in cui la sua attenzione, al momento, era stata orientata altrove, ma a cui, col passare del tempo e con l’allontanarsi della persona di Nataly, era tornato più volte con la memoria, dando loro sempre più importanza. Lei che, sulle panchine dello zoo o del giardino botanico gli parlava dei suoi successi e dei suoi problemi a scuola. Lei che, in spiaggia, gli spiegava le sue paure riguardo al loro rapporto, mentre tutti gli altri erano in acqua. Lei che gli aggiustava la cravatta al ballo della scuola, prima di entrare. Lei che gli carezzava la barba, mentre lui era sdraiato appoggiandole la testa sulle gambe, sempre sulle panchine dello zoo. E le telefonate notturne, le parole che lei gli diceva, mentre lui si guardava bene dall’impegnarsi troppo, dal compromettersi, dal trattarla come fosse una persona davvero importante.

La sua voce ancora risuonava nelle sue orecchie, il soprannome che gli aveva dato, ‘Diddy’, con cui nessuno l’aveva mai più chiamato. Cosa sarebbe accaduto se l’avesse chiamata, se si fosse presentato a lei? Sicuramente lei si era costruita una vita in cui non c’era posto per lui, in cui non ci doveva essere. E nella vita di David non c’era posto per lei. Ma allora, perché Nataly era ancora così presente? Il motivo c’era, un motivo molto pesante.

Fecero tutto il giro della Savannah, fino al Cipriani Boulevard. Passando di fronte a Jenny’s la mente volò di nuovo indietro nel tempo. Stava per giungere alla laurea, cioè al baccellierato, e aveva appena trovato lavoro al National Insurance Board, dove inseriva dati al computer da mattina a sera. Si era rivelato un lavoro non certo interessante quanto i suoi studi notturni e le sue sempre più rare uscite con Nataly. Ma il suo primo stipendio lo avevano festeggiato insieme qui, con una cena a base di carne. Avevano bevuto anche vino californiano…

Scesero lungo Tragarete Road fino a Richmond Street. Qui il flusso del poco traffico era frammentato dai tanti incroci e semafori, anche a quest’ora di notte. Claire si svegliò, chiedendo dove fossero.

“Ci siamo quasi, tesoro”, rispose David automaticamente.

“OK, allora svegliami quando arriviamo”, concluse Claire.

Finalmente David parcheggiò vicino all’albergo. Claire si svegliò, uscì dall’auto quasi sonnambula. David la prese per un braccio e la condusse delicatamente verso l’ingresso. Si disse David che lei non poteva non averlo visto. Con la faccenda di Lee, con il discorso. E poi si ricordava sicuramente che lui era cugino delle Blake. Sapeva che ci sarebbe stato.

Almeno poteva sospettarlo. E non lo aveva cercato. Beh, allora era forse meglio così. Si immaginò di nuovo la scena dell’incontro, ma questa volta con toni decisamente più freddi e imbarazzati. Un brivido gli percorse la schiena, proprio sulla porta d’ingresso dell’albergo. Probabilmente anche Claire lo avvertì, appoggiandosi a lui.

Un giovane in uniforme stava guardando la TV in portineria: appena vide gli ospiti entrare, si diresse verso il banco. Senza bisogno di parole, prelevò la tessera della camera 825 dal suo ripiano, insieme a una lettera che probabilmente doveva essere arrivata durante il giorno. Ormai David desiderava solo andare a letto, dormire. Domani lo aspettava una giornata piena. E interessante, con l’uscita al mare insieme a Michelle.

“Sveglia, signore?”,  chiese il portiere.

“Otto, per favore. Buonanotte”, disse David.

Il ragazzo ricambiò l’augurio, mentre si assicurava che l’ospite vedesse la sua competenza nel programmare la sveglia su una grossa pulsantiera elettronica. David si diresse verso l’albergo, con Claire che si trascinava al suo fianco. Certo che una ragazza di Trinidad non sarebbe stata al tappeto dopo, tra l’altro, non aver praticamente bevuto, a un party come questo, si trovò a pensare David. La luce dell’ascensore era soffusa, il movimento all’interno della cabina quasi impercettibile. Dopo pochi secondi la porta si aprì sul corridoio dell’ottavo piano, immerso nella penombra. Qualche passo sulla moquette ed ecco finalmente la camera.

La luce della camera era decisamente meno tenue. Claire dovette coprirsi gli occhi, quando David l’accese. Ma presto si svegliò, notando un’espressione strana sul volto del suo fidanzato.

“Che c’è, David?”, chiese con voce incerta. “Non stai bene? Dai, andiamo a letto”.

Si tolse la maglia, che abbandonò al suo destino su una morbida poltrona. Si sfilò la gonna, che fece la stessa fine. Le scarpe erano già state lasciate dietro alla porta. Estrasse dal cassettone un paio di mutandine, da sotto il cuscino una larga T-shirt bianca e andò in bagno, chiudendosi dentro. David, che si era tolto la giacca e l’aveva appoggiata sullo schienale di una sedia, andò alla finestra e l’aprì. Si accese una sigaretta, guardando fuori. A parte le due torri di Independence Square, si trovava in uno degli edifici più alti di Port-of-Spain. Ma la sua finestra era rivolta a sud-ovest: vedeva il porto, e oltre, il mare. Un mare nerissimo, il nulla davanti ai suoi occhi. Pochi metri di cemento, di asfalto, di distese solide sotto una luce gialla, e poi il nulla.

“Ehi, che ti succede”, Claire gli chiese, accarezzandogli la nuca.

“Niente, Claire. Vorrei solo stare un po’ da solo”, rispose lui.

“OK”, disse lei, sorridendogli. Un’ultima carezza sul collo e poi si ritrasse, si sdraiò, nella sua maglietta bianca.

Passò un minuto, poi, d’improvviso, in una boccata di fumo, David disse:

“Claire?”

“Che c’è?”, chiese lei con dolcezza.

“Hai presente Lee?”, chiese lui.

“Figurati. Che altro ha fatto che mi sia sfuggito, stasera?”

“È un bravo ragazzo, sai?”, continuò David. “Pensa che qualche anno fa, quando è venuto in città, non aveva dove andare. L’ho ospitato io da me, a St Augustine. E poi, aveva bisogno di un po’ di soldi per aprire il suo banco di doubles. Un po’ glieli ho dati io. Tremila TT. Beh, non ci crederai, ma stasera me li ha restituiti! Io li avevo dati per persi, capirai. E invece lui si è ricordato”.

David non sapeva perché stava raccontando tutto questo a Claire. Le aveva detto che voleva stare da solo. Ma perché sentiva il bisogno di parlarle? Temeva di dire troppo. Ma forse era proprio quello che in fondo in fondo desiderava fare.

“Davvero?”, lei chiese, dopo una pausa di un paio di secondi.

David sentì nella voce di lei qualcosa di particolare. O forse ancora il suo desiderio era quello di interpretare ciò che aveva udito come disponibilità ad ascoltare ancora, ma anche pazienza nell’attendere ciò che David davvero voleva dire, e che sarebbe stato molto strano se davvero avesse riguardato Lee.

“Già”, concluse David.

Lei si alzò da letto, gli si avvicinò e lo baciò su una guancia.

“Non ti sapevo così generoso. Ma immagino di non averti mai visto in una situazione che ti ci spingesse”, disse lei sbadigliando, ma abbracciandolo alla vita.

David, come svegliato dal bacio e dalla vicinanza di Claire, spense la sigaretta nel portacenere sul tavolino. Chiuse la finestra, abbassò l’aria condizionata, si sfilò le scarpe, quindi i pantaloni. Sedette ai piedi del letto.

“Claire, ho visto Nataly, stasera”, disse improvvisamente, i gomiti sulle ginocchia, le mani giunte, lo guardo sulla moquette.

“Nataly? Chi è? Una delle tue vecchie fiamme?”, chiese lei sorridendo.

“Un incubo dal passato. Nataly sono io, è la parte peggiore di me che speravo fosse morta, ma che è ancora lì, sotto tutto”.

Claire si sedette sul letto, vicino a David.

“Dimmi di Nataly”, disse lei.

David non parlò subito. Le sue mani raggiunsero i capelli, e in quella posizione rimasero per qualche secondo. Poi David sollevò il capo.

“Era il periodo dell’università, qua a St Augustine. Lei andava ancora a scuola. È stata la mia ragazza fissa durante quel periodo”, disse lui.

“Fissa? E… ne avevi altre meno fisse, vero?”, chiese lei, incuriosita.

“Beh, sì. Non credo che lei lo sapesse, o magari lo sospettava, ma io negavo, ovviamente”, rispose David.

“Capisco. Beh, David, perché questo ti dà così fastidio ora? Voglio dire, mi pare che sappiamo entrambi che vite facevamo prima di incontrarci, quindi…”, disse Claire, appoggiandogli una mano sulla spalla.

“Mi odio, Claire, mi odio per quello che ero, e per quello che ancora sono”, confessò David.

“Dai, non esagerare. Avevi bisogno di fare certe esperienze, avevamo bisogno entrambi di fare la nostra strada, a dir la verità, per arrivare a questo punto, Dave. D’accordo, certe cose non le rifaresti, ma senza di esse allora, oggi non saresti chi sei. Ce lo siamo detti tante volte. Non saresti il mio Dave”, concluse Claire sorridendo e accarezzandolo.

“Quando l’ho lasciata, un mese o due dopo, Nataly ha avuto un aborto spontaneo”, disse lui.

“Merda!”, fu l’immediato commento di Claire. “Spontaneo? Ma era…?”, Claire chiese, dopo qualche istante, arrestando la mano, senza però avere il coraggio di staccarla da lui.

“Non lo so, non so nulla di preciso, lei non mi ha mai più parlato”, disse David. “Se la conosco come la conoscevo, Claire, sì, era mio, e sì, spontaneo”.

“Come l’hai saputo? Quando? Stasera?”, chiese Claire preoccupata.

“Per caso, più di un anno fa, due ormai”, disse lui. “C’eravamo conosciuti da poco, tu ed io. Eravamo già usciti qualche volta. E… ti ricordi che per un mese non mi sono fatto vedere, tu mi cercavi e io non mi facevo trovare?”.

Claire sembrò cercare tra memorie ancora fresche. La fronte le si aggrottò, gli occhi cercavano quelli di lui, sulle labbra arrivarono parole che morirono lì, scavalcate dalle prossime scavalcate dalle prossime, un bagnasciuga di pensieri. Subito però arrivò la comprensione: il volto si rasserenò, lo sguardo sempre stupito.

“E… quel bambino non nato…”, cominciò lei.

“Fece tutta la differenza del mondo, sì”, lui proseguì. “Ma fu un puro caso”. Scosse la testa tra le mani. Con tono a metà tra il rabbioso e il lamentoso continuò: “Abbiamo tutti riso del buon Bob, eh? Ma del serio David, che ha messo la testa a posto, no, non si ride! Eppure oggi sono qua con te per un puro caso! Potrei essere un tipico giovane papà trinidadiano, che passa da un lavoro all’altro cercando di sostenere la ex, il figlio, se stesso e magari la nuova ragazza… Bell’immagine, vero? Non si ride?”.

Claire lo abbracciò, appoggiandosi a lui. “Dai, David! Certo che se oggi tu ed io siamo qui è per un caso. Per tanti casi e tanti atti di volontà. Quel che è successo a Nataly è uno dei tanti casi. Perché mi hai richiamato, dopo aver saputo di Nataly? Perché non sei tornato qui a vederla, a sapere cos’era successo davvero tanti anni fa? Perché hai cercato me, invece? Non è una scelta tua, quella? Non è un atto di volontà? Non vuol dire che David ha preso una certa strada, lasciandone altre?”

Claire stava continuando, ma David la interruppe, sollevando la testa. “Pensavo anch’io che fosse così. Ma stasera, qui, a Trinidad, a casa mia, il vecchio David è tornato alla luce. Quel David non è mai morto! Dormiva, o era andato in vacanza, che ne so? Ma il David che conosci tu è diverso da quello vero. Mi sono trovato in trappola, volevo tornare da lei, e tu eri l’ostacolo. Volevo tornare a vivere come David, e tu eri l’ostacolo”.

“E quello che io amo è ancora diverso da quello che mi stai dipingendo tu. Dave, se quello là è ancora vivo, bene, vorrà dire che impareremo a farci i conti. Non mi spaventa, sai? E non vedo perché dovrebbe spaventare te, che lo conosci ancora meglio. Ricordati com’eri felice fino a questo pomeriggio, non erano bugie quelle che mi hai detto ieri notte, lo so. E io, nonostante stasera, cinicamente forse grazie a quello che è successo a Nataly, sono felice, perché sono qui con te, in questo piccolo… sì, paradiso, so che non ti piace questo nome, ma è così”, disse tutto d’un fiato lei.

“No, non è un paradiso, Claire. È un inferno, per me. Tornare qui convinto di essere una persona e scoprire di essere ancora qualcosa che ho imparato a disprezzare, è un inferno, non è un paradiso”, ribatté David.

“Basta, Dave. Se dici così allora hai ragione: ti costruisci tu il tuo inferno, e lo costruisci anche intorno a me. Pensaci. Io vado a dormire, se ci riesco”, disse Claire, sorridendo triste, slacciando il suo abbraccio intorno alla vita di Dave, allontanandosi da lui con un bacio su una guancia.

Si sdraiò sul letto, spense la luce sul suo comodino, chiuse gli occhi e si addormentò, o finse di farlo. David rimase immobile, nel silenzio. Si sfilò la camicia, si alzò per lavarsi i denti e il viso, spense la luce del bagno, si sdraiò lui stesso sul letto, senza toccare Claire. Non vide, non cercò nemmeno di scorgere nell’oscurità segni bagnati sul viso di lei. Spense la luce sul suo comodino. Dalla finestra iniziava a giungere un tenue chiarore: era già l’alba.

Chiudendo gli occhi, ascoltò il proprio respiro. Non sentiva quell’altro, alle sue spalle. Pensò a se stesso, ai due mondi tra cui era diviso, al suo vivere in albergo nella sua isola, nel suo chiamare casa un appartamento in un luogo straniero. Pensò alla sua donna, indipendente, sicura, reale, che lo legava con catene di vita al suo mondo più recente e al futuro, e a quell’altra, sconosciuta ormai, ombra tra ombre di un passato remoto segnato dalla morte. Il suo pensiero rallentava, preso da una stanchezza pesante.

A quale mondo apparteneva? A quale delle due parti spettava la sopravvivenza? Una non sembrava poter morire. L’altra? Voleva provare a uccidere quella? Si chiese se era possibile. In quel momento il respiro di Claire si fece più pesante. David la sentì e sorrise. Si rispose che non lo era. Si rispose che non voleva tornare indietro nel tempo. Ripensò alle parole di lei, a come Claire gli era stato accanto nell’ultima mezz’ora, negli ultimi due anni.

L’aria della stanza si era fatta fresca e David provò un brivido. Si avvicinò lentamente a lei, fino a sentire il calore e il profumo del corpo della ragazza. La luce nella stanza si faceva più decisa, le ombre scomparivano, si ritiravano dietro agli oggetti. La mente di David si faceva sempre più torpida ma più chiara, mentre la stanchezza prendeva il sopravvento.

Questa donna era capace di scoprire gli angoli più bui della storia di David senza spaventarsi; era capace di stargli vicino anche in mezzo ai fantasmi, agli incubi; era capace di vedere il proprio paradiso infiammato in un inferno in un istante, continuando a nutrire in David tanta fiducia da poter dormire al suo fianco in questo incendio. Lacrime abbondanti riempirono i suoi occhi. Non aveva mai descritto una donna in questi termini, non aveva mai provato quel che sentiva per lei in questo momento: non il desiderio di averla per sé, ma la voglia di imparare da lei, perché anche lei potesse trovare in lui ciò che questa sera Claire aveva donato a David. Poteva chiamare questo sentimento amore? Se sì, ciò che finora aveva chiamato con lo stesso nome stava a questa novità come la luce che ora entrava dalla finestra stava all’oscurità di poco prima. In mezzo alle lacrime, la figura bionda di Claire in maglietta bianca si sfocò e si distorse: David la vide trasformarsi in una donna senza volto, in un corpo femminile accanto al suo. Si aggrappò a lei, allora: la prese per un braccio, costringendola a voltarsi e a mostrargli il viso. Fu allora che vide, negli occhi aperti azzurri illuminati da raggi obliqui, due doppie stelle splendenti opposte in firmamenti brillanti e celesti, il sogno che vi era rimasto impresso, una promessa di vita.

Chiuse i propri, rivoli caldi lungo le guance che correvano e cadevano sul lenzuolo e sulla maglietta bianca stretta al suo corpo. Un abbraccio dolce, stretto, un bacio, salato. Il picchiettare alla finestra si fece più forte: uno scroscio di pioggia, sempre più violento, poi a calare, fino a cessare quasi del tutto. Fra le nuvole basse fece capolino qualche raggio di sole più intenso, finché, in uno squarcio del cielo, un brandello di blu si sarebbe potuto vedere. Ma Claire e David erano finalmente scivolati in un sonno profondo, insieme.

(fine)

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