Un caso di omonimia

Un caso di omonimia

Mi divertono i film d’azione. Guy Ritchie non mi dispiace (anche se non ricordo niente dei film diretti da lui che certamente ho visto), anzi divorziando da Madonna mi è diventato quasi simpatico. Robert Downey Jr e Jude Law mi piacciono.

Ma non mi si tocchi Sherlock Holmes. Avrei dovuto farmi sentire dopo il primo, lo dico ora prima dell’uscita del secondo sperando che queste mie parole distolgano i produttori dall’immorale intento di guadagnare pozzi di quattrini con l’ovvio terzo episodio della serie.

Basta leggere una paginetta di Conan Doyle per capire che l’atmosfera, lo stile, il genere stesso sono distanti anni luce da quelli proposti da Ritchie; incredibilmente più fedeli sono stati i film con Basil Rathbone o Jeremy Brett. E’ inutile nascondersi dietro a piccoli dettagli della figura di Holmes e Watson, irrilevanti nel complesso, quando l’intero film c’entra con Sherlock Holmes quanto “Il caimano” c’entra con la zoologia.

E’ comoda così: prendi un nome che tutti conoscono, ancora meglio se tutti lo conoscono senza conoscere davvero il personaggio che sta dietro al nome, e ci confezioni sopra un filmone con star e location a cinque stelle del genere che va per la maggore.

Ormai la frittata è fatta: non posso far altro che invitare tutti coloro che non l’avessero mai fatto, a leggersi i quattro romanzi e qualcuna delle raccolte di racconti. E guardare tranquillamente i film, che sono divertenti, immaginando che si tratti semplicemente di un caso di omonimia.

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