Coincidenze e dipartite

Coincidenze e dipartite

Cinquant’anni fa, il 15 marzo 1962, moriva Arthur Holly Compton.

Chi fu costui? Un fisico, premio Nobel 1927 per la scoperta dell’effetto che porta il suo nome e che costituì una formidabile conferma alla spiegazione quantistica dell’effetto fotoelettrico da parte di Einstein e all’idea del dualismo onda-particella della luce.

La coincidenza di essere incappato nei suoi dati biografici proprio oggi mi aveva spinto a cercare qualcosa da scrivere su di lui. E siccome non ho intenzione di tediare nessuno con i dettagli di una scoperta o la derivazione di formule interessanti solo per i pochi che certamente non hanno bisogno di leggerle qui, avevo pensato di scrivere qualcosa su come, da studente, l’ho conosciuto.

A parte menzioni più o meno passeggere in altri corsi, è stato con Fisica Teorica che ho incontrato l’effetto Compton. Il docente, già vicino alla pensione, amava molto percorrere con aneddoti ed episodi, in alcuni casi anche vissuti in prima persona, la storia dell’elettrodinamica quantistica. Era complicato seguire le lezioni di Duimio, soprattutto quelle nel primo pomeriggio. Il suo tono, discreto e sorridente, inatteso in una persona delle sue dimensioni, non agevolava. La pesantezza dei cibi della mensa nemmeno. Ricordo diverse volte di aver cercato invano di sistemare appunti in cui avevo iniziato a scrivere cose sensate, ma a un certo punto il segno della matita crollava inesorabile verso il basso in una traiettoria fuori controllo. Il problema è che eravamo in cinque o sei. Se si sia mai accorto delle mie (direi nostre) difficoltà a seguire non saprei, ma non mi stupirebbe se se ne fosse accorto e non avesse detto nulla per non mortificarmi.

Fiorenzo Duimio, però, più di altri e meglio di altri, mi ha condotto attraverso un ramo della fisica facendomene apprezzare la storia: non una storia di aneddoti fini a se stessi, ma, credo, con l’intento di far apprezzare la dimensione di un’impresa scientifica nel suo svolgersi. I problemi, visti non come altri ci avevano abituati, a partire dalla loro soluzione, ma dalla genesi, dalle condizioni al contorno, dalle domande che muovevano e dalle alternative che ponevano. E qui dentro, nel racconto di una storia e seguendo un testo “classico”, ore di integrali alla lavagna, di matrici gamma e di spinori, sezioni d’urto e scattering.

Non so quanto ricordo effettivamente dei dettagli tecnici, dopo diciassette anni. So però che non credo che impiegherei più di qualche ora a recuperarne i contenuti. Ciò che mi è rimasto è, sotto la misura e il garbo che dimostrava, una passione un po’ sonnacchiosa e nostalgica.

Arthur Holly Compton, allora. I raggi X che vengono diffusi incontrando un bersaglio elettronico, e quanto più vengono deflessi tanto più aumenta la loro lunghezza d’onda, e quindi diminuisce la loro energia. L’analogo ad energie più alte dell’effetto fotoelettrico. L’unione degli aspetti corpuscolari della luce (la diminuzione dell’energia dipendente solo dall’angolo di deflessione) e di quelli ondulatori (la lunghezza d’onda). E via gli integrali, la sezione d’urto, la dipendenza da theta.

Cose di questo tipo avrei scritto stamattina. Poi è girata la mail: cinquant’anni dopo, un’altra coincidenza. Addio caro prof dai piedi piccoli e il sorriso grande, che hai raccontato le cose a modo tuo e mi hai dato un modo tuo per ascoltarle.

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