1 Verticale: fa rima con libertà

1 Verticale: fa rima con libertà

Gigi, il “mio capitano” (come lo ha chiamato l’arbitro Nicchi stamattina a RadioAnch’io, riferendosi alla Nazionale; viste le mie simpatie calcistiche potrei elevare il possessivo al quadrato), professionista senior ai massimi livelli mondiali, con esposizione insuperabile, specialmente nei confronti dei più giovani, trentaquattrenne, si è svegliato stamattina nei panni di un’adolescente ferita. Saranno i postumi del Carnevale, o un fritto mal digerito.

Immaginate la scena che ho davanti agli occhi: in classe due teen-ager (le qualifico di sesso femminile perché sto pensando a persone reali, che ho conosciuto, ed erano ragazze) che litigano per motivi che probabilmente agli occhi di un adulto richiederebbero solo l’uso di buon senso, ma che in quel momento a loro paiono gravissimi, dicendosi cose in grado di triturare la più antica amicizia e mostrando tanta inesperienza nell’arte del conflitto quanta consuetudine alle liti furibonde che popolano i talk show pomeridiani in tv. Alla fine le sinapsi si riattivano, la memoria delle parole dette risveglia il rimorso, si scatenano pianti disperati. Ma si insinua anche la giustificazione. “Io sono fatta così. Dico quel che penso. E le cose che ho detto le direi ancora”.

“Io sono fatta così”. Tertium non datur: la mia versione spontanea o la mia versione ipocrita. Poi se si chiede: “ma come, come sei fatta?” la risposta è probabilmente povera. Per una ex-bambina non-ancora-adulta la fatica della conoscenza di sé, del fare i conti con i propri limiti, dell’educarsi ad essere migliore può essere una fatica nuova, ancora acerba, pochissimo praticata.

“Dico quel che penso”. Quando lo penso, anche se sono pensieri che vengono dalla pancia. La libertà di pensare è un’ebbrezza nuova, a cui la ragazza non consente limitazioni. Deve ancora rendersi conto fino in fondo che l’unica limitazione a questa libertà viene dalla propria coscienza, il cui compito è di guidare i pensieri, aiutarli a crescere verso ciò che ritiene giusto e buono. Deve ancora provare la forza della responsabilità di ciò che pensa, deve ancora sentirsi responsabile di ciò che le passa per il capo, persino immaginare che è possibile educarsi a pensare bene.

“Le cose che ho detto le direi ancora”. Quando vengono, senza filtri, con tutta la rabbia, eventualmente, che le accompagna, senza curarsi di chi le ascolta. La libertà di parola, un’altra ebbrezza, accompagnata da una responsabilità che è ancora largamente sconosciuta. La responsabilità di poter ferire, di poter scandalizzare, di poter essere di esempio, soprattutto quando chi esprime il proprio pensiero ha una sua autorevolezza nel gruppo di cui fa parte.

La mia (cara) adolescente ferita ha bisogno di crescere, ha bisogno di ambienti in cui fare le esperienze che le mancano, in cui provare sulla propria pelle, anche con una lite e un’amicizia rotta e poi, forse, ricostruita, che a ogni libertà corrisponde una responsabilità. Ha bisogno di adulti che la accompagnino in questo cammino di scoperta e di formazione. Difficile, se gli adulti che ha intorno a sé anche loro “son fatti così”. E i luoghi non sono tanti: la scuola dovrebbe essere uno, tanto per tirare in ballo il solito mio pallino.

Gigi qui, a questo punto, dovrebbe esserci già. Ma se alla sua libertà di pensare e dire vuole accedere come un’adolescente ferita, avanti Cesare: è ora di cambiare portiere.

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