La fatica della repressione

La fatica della repressione

Chi sta a scuola, da una parte o dall’altra della cattedra, lo sa: è molto facile far pagare a tutti la colpa di qualcuno. Qualche indisciplinato in classe? Niente gita (per tutti). C’è chi fuma nei gabinetti? Giro di vite sulle uscite ai servizi (per tutti). Per non parlare poi delle trasgressioni anonime, per cui tutta la classe subisce qualche tipo di ritorsione a meno che non salti fuori il colpevole.

Indipendentemente da quello che dicono i documenti ufficiali, è un’ingiustizia bella e buona, solo in piccola parte sanata dalla considerazione educativa che in una classe il mancato rispetto delle regole ha ripercussioni sui rapporti della comunità. La responsabilità è personale, in ultima analisi, anche se poi possono esserci aspetti effettivamente collettivi da valutare.

E’ più facile certamente per chi deve controllare. Punire indiscriminatamente una collettività significa non fare differenze, non esprimere giudizi personali, prendersi la minima responsabilità perché non si accusa nessuno direttamente mentre si sottolineano in modo più o meno vago comportamenti scorretti: si sanziona il peccato e non il peccatore, e siccome il peccato qualcuno lo ha commesso, ma siamo tutti peccatori…

Ed è più facile anche per chi viene punito, giustamente (ovvio, la punizione collettiva è sempre diluita, mentre il vantaggio acquisito rimane indiviso) o ingiustamente (anche se fa rabbia, in molti casi la punizione collettiva solleva dai dubbi sulla denuncia e fa leva su un discutibile ma gratificante senso di solidarietà nei confronti del colpevole di fronte all’autorità, anche se questo dura solo fino al punto in cui ci si domanda se lo stesso sentimento di solidarietà lo proverebbe anche il colpevole se dovesse difendere qualcun altro).

Bisogna però decidersi con coerenza. O si punta sull’onestà dei singoli, e allora il sistema repressivo non serve, si scommette semplicemente sulla valenza educativa del far fronte solidalmente alle mancanze dei singoli, o, se non si crede in tutto questo, ci si dota di sistemi di controllo e repressione efficaci e tempestivi.

Ora, mi pare evidente che nel nostro Paese le cose giustifichino più la seconda opzione. Qualche caso?

Approfittare a titolo personale di servizi offerti gratuitamente per scopi professionali: stampe e fotocopie, ad esempio. Poi finiscono i fondi e tutti devono pagare, anche chi ha sempre usato i servizi correttamente. Serve a dare consapevolezza a coloro che si sono comportati in modo scorretto, o piuttosto alimenta la corsa all’abuso finché è possibile?

Assenteismo: pochi (forse) prendono gli orari di lavoro in modo un po’ troppo flessibile, tutti vengono assoggettati a controlli discriminatori e penalizzanti. E’ utile a far decrescere il fenomeno o, appena terminati i controlli, questo si ripresenta immutato?

I falsi invalidi: si scoprono persone che percepiscono benefici senza averne titolo, quindi si innalzano per tutti i requisiti per la concessione dei benefici. Funziona per le finalità per cui sono stati disposti i benefici o questo ha semplicemente un effetto di ripristino dei flussi di spesa?

Il black bloc: pochi facinorosi distruggono, il diritto alla manifestazione pacifica viene compresso per tutti. Questo va a punire chi deve essere punito, o crea, invece, in chi dovrebbe essere punito e non lo è, la sensazione di avere un discreto potere sulla vita democratica del Paese?

Evasione fiscale: alcuni evadono e quindi le tasse salgono per tutti. Serve a far maturare un senso civico in chi evade o piuttosto a far dire stupidaggini sulle giustificazioni morali dell’evasore?

Mi pare che il buonismo in Italia abbia portato a poco di buono, abbia moltiplicato i furbetti e gli impuniti, e peggiorato la vita agli onesti. E’ ora di smettere di chiudere gli occhi, di condonare, di trovare vie d’uscita ai clienti e agli amici di amici. E’ ora di dire chiaramente che i beni comuni devono essere usati per il bene comune e chi fa altrimenti colpisce tre volte la collettività: primo perché si appropria indebitamente di qualcosa che è solo in piccolissima parte suo, secondo perché obbliga la collettività a dotarsi di nuove risorse per sostituire quelle usate indebitamente, e terzo perché contribuisce a far diventare prassi comune un comportamento scorretto.

Queste cose vanno dette e insegnate. E ci vuole qualcuno che, con rigore ed equità, controlli e applichi le leggi che ci sono. Se non ci sono prove certe, non si interviene, né sul sospetto né tantomeno su tutti, ma se le prove ci sono si picchia duro, senza sconti e fino in fondo.

Non credo che questo sia giustizialismo. Lo chiamerei legalità, semplicemente. E, visto dove siamo e perché ci siamo, forse è una delle cose più urgenti da recuperare e da proporre alle nuove generazioni, unico vero antidoto alla politica deforme dei nostri giorni e all’antipolitica che ne è diretta conseguenza.

Altrimenti non lamentiamoci se nelle nostre scuole i genitori devono fornire la carta igienica di tasca propria, se negli uffici amministrativi la motivazione e la disponibilità dei troppi addetti è prossima allo zero, se troviamo veri invalidi senza protezioni sociali, se il dissenso sociale si trasforma in rabbia e si esprime in modo non democratico, se chi non può evadere il fisco diventa sempre più povero e desideroso di evadere mentre chi può evadere lo fa apertamente e senza vergogna.

Dipende tutto da quale Paese vogliamo per noi e per i nostri figli.

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