Gli occhi di un bambino

Gli occhi di un bambino

Scende dall’auto parcheggiata a pettine tra i tigli di un viale di città. Corre con difficoltà su un reticolo di cemento e terriccio per guadagnare il marciapiede. Si ferma, si china, si accoscia sul bordo, incurante dei cani del giardino accanto, delle biciclette che rallentano su una pista ciclabile che non esiste, dei richiami dei genitori impegnati con borse, fratellino e altro.

Accarezza un piccolo albero, alto una decina di centimetri, gracile fusto rosso, due rametti più pallidi, qualche foglia. Riconosce la vita, la saggia: tira, e quello non si muove.

Guarda il suo papà, e indica con mani vivaci, cercando qualcosa da dire, mentre ripete “babbo” mille volte. Poi corre dalla mamma: i suoi tre anni gli rendono finalmente le parole per comunicare una grande scoperta. Le pronuncia.

Un mondo di esperienza e di stupore in quella mano che vuole essere presa e seguita, in quegli occhi che guardano con impazienza: vuole leggere negli occhi dei genitori la stessa meraviglia, il medesimo coinvolgimento nell’epifania di questa identificazione.

“C’è un baby albero, vicino al babbo albero!”

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