Il ritorno

Il ritorno


8 giugno
Jeanelle non voleva tornare indietro. L’ho pianta per due anni nel freddo di Oxford, in silenzio per non rattristare amici e conoscenti. Lei ha voluto essere sepolta nella sua nuova terra, Jeanelle non è riuscita a tornare indietro.
Dopo quarantun anni di Inghilterra, quaranta di lavoro in fabbrica e uno di pensione, non ancora sessantenne, oggi io torno indietro. Forse è un modo per sentirmi ancora più solo, per lasciarmi alle spalle la donna con cui ho condiviso tutto, perdendomi in un mondo che non mi appartiene più. Ma è anche il modo per ricordarla meglio, come quando insieme facevamo progetti e progettavamo di tornare.
Mi accorgo di essere a Trinidad quando si aprono i portelloni dell’aereo, dall’aria che entra mentre sto armeggiando con il bagaglio a mano nella cappelliera. Un’aria calda, umida, pesante, che scaccia l’aria condizionata e ne sostituisce l’impersonalità con un fiorire d’odori. Odore di pioggia, di fogliame bagnato, sì, ma è come se il calore della pioggia creasse un infuso di essenze speziate, che si respira. E poi l’odore dei ristoranti dell’aeroporto, che sono gli stessi che si trovano a Londra o ad Atlanta, ma che mescolano al solito fritto fragranze che si trovano solo qui.
E so di essere a casa. La memoria viene svegliata dalle narici, un’onda di emozione sale dallo stomaco e si ferma in mezzo al petto, e quasi faccio fatica ad inspirare ancora.
Tutto è cambiato: l’aeroporto è nuovo, i nastri dei bagagli, i negozi, i fast food, l’organizzazione dei facchini. Riconosco però il calore dell’addetta al controllo passaporti che, guardando il timbro dell’ultima mia visita, mi rivolge un sorriso e dice “Bentornato, signore” con un tono di sincerità che mi commuove.
Pioggia leggera, i SUV arrivano, caricano e scaricano persone e valigie, poi ripartono. Io mi siedo fuori dal terminal, ordino una Stag al chiosco, mi ritrovo in mano un bicchierone di plastica molle pieno di birra gelida. Un giovane appollaiato su uno sgabello vicino al mio mi chiede se torno dall’Inghilterra e al mio cenno di risposta leva il suo bicchierone di plastica molle in un ideale brindisi di benvenuto. Sì, torno dall’Inghilterra, un paese a un milione di miglia da qui.
Il taxi mi porta all’Holiday Inn, una novità asettica il cui unico pregio è distare due minuti dall’aeroporto. Vedo equipaggi con diverse uniformi entrare e uscire. Un male necessario: è ormai tardi, ma domani è giovedì, mi organizzerò diversamente.

9 giugno
Oggi è una giornata molto produttiva.
Prima di tutto vedo Jim, nipote di mio cugino Les e unico parente rimasto qui a Trinidad. Tutti gli altri sono sparsi in una mezza dozzina di Stati Uniti, o in Canada. E con Jim riesco ad affittare un appartamento ad Arouca per tre mesi, a noleggiare un’auto (una vecchia Corolla con targa P, come “private”, non R come “rental”, che attirerebbe parecchie attenzioni non desiderate), ad aprire un conto alla Republic Bank di Arima, e a raccogliere informazioni su come ottenere rinnovi e rilasci dei documenti che mi occorrono.
Riesco anche a godermi un buon pranzo da Wings, roti e pollo in umido. Appena arrivati in Inghilterra, Jeanelle e io avevamo cercato ingredienti caraibici per cucinare o ristoranti in cui si potessero gustare i sapori di Trinidad, con le sue tante tradizioni e i loro spettacolari intrecci. Poi, col passare del tempo, ci siamo rassegnati all’unicità, al fatto che il cibo creolo o indiano in Inghilterra non ha lo stesso effetto sul palato di quello di casa. E ogni volta che siamo venuti in visita, quello gastronomico è stato un elemento centrale, com’è realmente nella vita di ogni trinidadiano.
I piatti a cui ho rinunciato per quarant’anni devono tornare ad essere quotidianità, a partire da oggi, primo giorno della mia prima ed ultima visita da solo al mio Paese. Wings, St Augustine: si ordina, si asporta o si mangia ai tavoli; lo ricordavo migliore, forse anche più pulito, ma la sua salsa di peperone piccante (“della suocera”) rimane insuperabile.

10 giugno
Il sogno che tanti anni fa aveva spinto Jeanelle e me ad attraversare l’Atlantico era stato quello di tornare, un giorno, con i nostri figli, ad aprire una pensione a Tobago. Di figli non siamo riusciti ad averne; Jeanelle non è stata capace di lasciare quello che avevamo costruito con tanti sacrifici, finché non è stato troppo tardi. Il sogno, però, c’è ancora. Può contare ormai solo sulle mie forze, che grazie a Dio non mancano. Andrò a Tobago, presto. Ma prima voglio visitare qualche agenzia immobiliare qui a Trinidad. Con tutta probabilità è qui che la compravendita avverrà.
Ma oggi piove. Mi rendo conto che quarant’anni di Inghilterra non mi hanno reso un inglese. La pioggia è immediatamente tornata ad essere ciò che era prima di andarmene da qui: una compagna quotidiana, in questa stagione, molesta solo se troppo intensa e principalmente a causa degli allagamenti. Una compagna contro cui l’ombrello è inutile: se pioggia debole, non vuoi proteggertene, se intensa, non puoi, con un ombrello.
E’ una tropical wave, ha detto un tale al TruValu stamattina. (A proposito, da quanto tempo non mi capitava di scambiare parole con qualcuno al supermercato?) Vuol dire che pioverà tutto il giorno. Potendo approfittare della Corolla e del prezzo della benzina, dedico la giornata a una gita e a riprendere dimestichezza con le strade e i luoghi. Dopo aver messo al sicuro la spesa, imbocco la Churchill-Roosevelt Highway verso est, finché questa non si assottiglia in una strada di campagna. A Sangre Grande diluvia. Poi prendo verso sud. Manzanilla arriva prima di quanto mi ricordassi. Ed ecco la strada costiera, tra palme e boscaglia, l’Oceano quasi sempre in vista sulla sinistra. Arrivo a Mayaro e non piove più. Fatico a riconoscere i luoghi, ma per fortuna la chiesa è ancora al suo posto. Scendo e proseguo a piedi scalzi, su una sabbia umida, a tratti bagnata, qualche goccia ancora in caduta libera. Vedo, noto, studio e fotografo mentalmente le nuove guesthouse nate abbondanti a ridosso della spiaggia. Mi fermo, mi siedo su di un tronco cavo appena fuori dal bagnasciuga.
Eccoti. Fragoroso, specialmente oggi, vivace, forte, a tratti violento, mi chiami. E io, spogliandomi, rispondo. Sulla spiaggia: nessuno, solo due cani randagi piuttosto malconci, che stanno alla larga. Le finestre intorno chiuse e oscurate da pesanti tende. Siamo soli, sapevo che così sarebbe stato.
E finalmente arriva anche il bentornato della mia terra, che è un abbraccio d’acqua. Sotto la calda pioggia che riprende, acqua dall’alto, è l’Oceano da sotto e da tutti i lati a spingermi e tirarmi, premersi contro di me e lasciarmi andare, mentre io sto in piedi, immerso fino al petto, le braccia larghe a ricambiare l’abbraccio.
Ricordo i weekend estivi che proprio qui, adolescenti, Jeanelle e io trascorrevamo, e il ricordo delle nostre essenziali conversazioni mi porta a sollevare gli occhi verso est: so che laggiù, oltre un orizzonte chiuso dai nembi, c’è la terra dei nostri avi, un’Africa mai vista, il nostro mito delle origini. Ma l’orizzonte è chiuso, il cerchio d’acqua ha centro qui, ed è qui che Jeanelle e io parlavamo.
Gli occhi scendono, i passi mi riportano a riva, mi volto ancora a guardare l’immensità di questo caldo grembo che avvolge un’intera nazione. Ah, è un caldo grembo, non una barriera di gelo come quella che separa le isole britanniche dal resto del mondo.
Ora ho i piedi soli nell’acqua. Una lieve brezza ora si fa avvertire sul mio corpo bagnato, ma non ho freddo. Le onde sottraggono sabbia da sotto di me, come volessero invitarmi a non andarmene. E vorrei rispondere: no, non me ne andrò, non posso chiamare casa nessun altro luogo, e Jeanelle è qui, ve la ricordate? non mi tratterrà più altrove. Ma non so parlare al mare, non con la bocca; no, sono gli occhi a prendere l’iniziativa, ed è acqua salata la loro espressione. Mi versano, i miei occhi, nel grande pianto che mi circonda.
Ma a Mayaro non piove più, sul tronco i miei vestiti sono asciutti.

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