Anni buttati?

Anni buttati?

Non avevo i soldi né la fiducia in questo Paese per riscattare gli anni di università. Pare ora che io sia stato lungimirante in terra di miopi.
Ma se anche avessi pagato denaro per avvicinare l’ora della pensione e ora quei denari mi venissero disconosciuti, per quanto tremendamente adirato, non arriverei a definire “buttati” gli anni trascorsi a studiare. Ciò a cui mi sono serviti, quegli anni, è ben di più che ad anticipare una pensione che probabilmente non vorrò vedere perché insufficiente a sopravvivere o perché me ne sarò andato in un modo o in un altro. E’ ben altro rispetto al gruzzolo di milioni di lire che allora valevano.
Ma il problema è questo:
se tutto ciò a cui sono serviti, quegli anni di studio, è qualcosa che conosco io solo, cui io solo do valore;
se non il lavoro, non la pensione, non la società ne riconoscono il significato;
se ciò che ha contribuito in modo così pregnante a costruire la mia identità è ridicolizzato dalle necessità di un Paese che si inchina ai farabutti, ai delinquenti, e li premia con potere, impunità, privilegi;
se ciò che è stato proposto ed accettato come contributo per un bene comune prima che per un bene individuale è abbandonato nelle mani dell’individuo, che può anche, tanto a ragione quanto il contrario, classificarlo tra i rifiuti di una vita;
bene, vi dico, me ne ricorderò se mi capiterà mai un’altra comunità da servire, un altro luogo dove ciò che per me vale non sia semplicemente una fisima individualistica.

Chi condanna questa nave non sono i mercati o il debito sovrano. E’ chi se n’è andato, chi se ne andrà, e chi è rimasto senza far nulla per capire il perché. Ormai, temo, è tardi.

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