L’albero parlante

L’albero parlante

Se chiedete a un dendrologo, ammesso che ne conosciate uno, molto probabilmente vi riderà in faccia. Eppure fin dal Medioevo il tema degli alberi parlanti è tutt’altro che una burla.
Nelle Cronache di Etcardo, scritte tra il 1120 e il 1138 si parla per la prima volta di un albero con peculiari proprietà. Un melo (mala malus) in un giardino di Augusta, in Germania, che scagliava mele ai passanti, col passare del tempo sempre più numerosi per una strana forma di masochismo medievale non del tutto estinto ai giorni nostri, e li insultava con linguaggio colorito. Esso fu sradicato e bruciato nella piazza maggiore con cerimonia solenne ed esorcismi vari.
Fu Ludwig von Ficker, nel 1903, a pubblicare a Kiel un’istruttiva quanto piacevole opera in tre tomi, purtroppo mai tradotta né stampata oltre la prima tiratura, che raccoglie leggende e testimonianze sugli alberi parlanti lungo i secoli e cita scritti, alcuni dei quali perduti, di eminenti studiosi quali Francis Bacon, Benjamin Franklin, Linneo, a riguardo.
Una di queste occorrenze, particolarmente significativa per la portata interpretativa, fu a Frisinga ad opera di un monaco bolognese che arrivò a teorizzare che in realtà nel paradiso perduto non vi fu alcun serpente, ma solo un albero parlante di particolare malignità. Questa tesi, pubblicata in proprio forse in modo non del tutto oculato nel 1596 dal frate nella città bavarese, fu immediatamente bollata come eretica, e le centoventi copie dell’opera usate come combustibile nel rogo dell’uomo di fede che rifiutò di sottomettersi alla censura ecclesiastica e il cui nome stesso non ci è giunto per una sorta di damnatio memoriae da cui il von Ficker salvò quanto poté.
Nel secolo scorso si moltiplicarono le identificazioni, solitamente pubblicate su giornali quotidiani come notizie stravaganti. Sono numerose le testimonianze che affermano che alla Casa Bianca vi sia tuttora un acero parlante, spesso consultato dai Presidenti anche su questioni di una certa gravità, il che spiegherebbe parecchie cose.
Sui mezzi di comunicazione iraniani nel 1995 fu dato molto risalto a un non meglio identificato albero parlante che declamava il Corano, rivelatosi poi però un trucco della propaganda di regime e destinato fatalmente al rogo dall’autorità religiosa.
In Africa, Australia, Sudamerica sono innumerevoli le leggende a proposito, ma forse l’albero parlante più noto è quello che Idi Amin Dada si fece trapiantare nella sua residenza di Kampala, di cui pubblicamente si vantava e cui aveva concesso la libertà di esprimere giudizi estetici sulle donne ospiti, e che venne sfortunatamente abbattuto nel 1979, si dice per ordine di una ex-moglie.
Tuttavia, nonostante le numerose fonti, non è chiaro quanto parli un albero parlante e cosa dica, a chi e perché. Non si sa nemmeno se vi siano specie particolarmente portate alla parola, o quali possano essere fattori facilitanti o inibenti l’espressione verbale. Infine, è ignoto quale sia l’organo fonatore, anche se alcuni scienziati si sono giocati la reputazione avanzando ipotesi circa la risonanza del tronco su vibrazioni provenienti dalle radici.

Nell’isola di Trinidad, nelle Indie Occidentali ex-britanniche, non lontano dal drive-in Kay Donna e lungo la Southern Main Road, ha radici l’unico albero parlante attualmente segnalato con una certa sicurezza. A differenza di quanto è avvenuto in altri casi in diversi Paesi del mondo, chi è consapevole della sua presenza ne parla malvolentieri, dimostrando disinteresse e scarsa curiosità, quasi l’albero parlante fosse una pura e semplice seccatura piuttosto che un’attrazione, benigna o maligna.
I racconti ne farebbero un albero ben più vecchio della sua età apparente. A parte le inverosimili storie che lo dicono un albero magico degli Arawak già prima dell’arrivo di Colombo, la ricostruzione più attendibile vuole che, ancora virgulto, esso sia stato allontanato nel 1812 dalla piantagione di cacao della Reconnaissance dal conte Loppinot perché molestava gli schiavi.
Attorno all’albero negli ultimi trent’anni è sorto un quartiere residenziale, ma nessuno ha voluto appropriarsene o anche solo adottarlo. Esso è rimasto solo nella savannah, lo spazio pubblico dedicato all’esercizio fisico dei residenti.
Ormai solo i più anziani si ricordano della natura speciale di quell’albero, dall’aspetto nient’affatto eccezionale, al centro del loro quartiere. Per gli altri è solo un elemento costante del paesaggio.
A chi parli non è lecito sapere. Pare che il calypsonian Lester “Wheelbarrow” O’Connor, che per un certo periodo dimorò poco lontano, amasse particolarmente trascorrere le ore del primo mattino ai suoi piedi, mentre i vicini correvano intorno alla savannah. Se l’albero davvero avesse ispirato il cantante nelle sue opere di denuncia sociale, bisognerebbe concludere che il vegetale avesse o forse ancora abbia una precisa conoscenza dell’attualità e aggiornate fonti di informazione sulla cronaca.
Un altro personaggio celebre del vicinato, Anand Ramnarine, noto per aver vinto per quattro volte nel giro di un semestre il massimo premio alla lotteria nazionale, è stato spesso visto in prossimità dell’albero. Anand però nega qualsiasi suo rapporto con l’albero.
Le storie più interessanti sull’albero parlante sono quelle di Jim Faranton, oggi trentenne, che non ha mai abitato in zona ma da bambino visitava abitualmente i nonni che vivono ancor oggi affacciati sulla savannah. Più volte, avvicinandosi alla loro casa e passando di fianco all’albero parlante, Jim avrebbe “sentito” messaggi rivoltigli dall’albero stesso. Suggerimenti di una certa importanza, ad esempio di esaminare la bombola del gas alla ricerca di una perdita (poi effettivamente trovata ma di scarsissima pericolosità vista la tecnica costruttiva “emmental” delle case di Trinidad), o di non entrare in casa ma rivolgersi ai vicini e chiamare la polizia perché era in corso un furto (avvertimento fondato, anche se la polizia arrivò con tutta calma a furto perfezionato e fuga ampiamente assicurata), o ancora di usare un certo preparato sull’ibisco del giardino, infestato da parassiti (l’ibisco seccò definitivamente un mese dopo la cura).
Vi è, comunque, chi mostra grande apprezzamento per l’albero parlante. C’è Zac, che parcheggia alla sua ombra, talvolta per mesi, il furgone ad assetto variabile con cui svolge senza troppa convinzione l’attività di raccolta e rivendita di noci di cocco. C’è la schiera di cani randagi che hanno nella savannah l’unico spazio libero e nell’albero parlante l’unica frescura ove non rischiano morsi da parte dei domestici e bastonate dai loro padroni. E, soprattutto, ci sono gli operai della cooperativa che cura il verde pubblico della comunità, che appendono ai suoi rami i viveri della giornata e sotto i suoi rami trascorrono lunghe, calde ore. Che importa l’erba da tagliare? C’è un raro albero parlante che soffre di solitudine da ascoltare.

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