Magistra vitae

Magistra vitae

Circa due mesi dopo il rapimento, nell’agosto del 1924, il corpo di Giacomo Matteotti, deputato socialista che aveva contestato alla Camera i risultati delle elezioni di aprile in cui il Partito Fascista aveva ottenuto il 65% dei consensi, viene ritrovato vicino a Roma. A seguito della scomparsa di Matteotti, in giugno, l’opposizione parlamentare si era ritirata sull’Aventino, astenendosi dai lavori dell’Assemblea in segno di rifiuto delle condizioni di illegalità che si stanno imponendo nel Paese.

Il 3 gennaio del 1925 alla Camera, che ha il potere di tradurlo all’Alta Corte di giustizia, Benito Mussolini si assume personalmente la responsabilità dell’accaduto, giustificandolo come un caso di necessario uso della forza in situazioni di conflittualità inconciliabile, per “amore sconfinato e possente per la patria”, che “vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa”.

Tra il 1925 e il ’26 arrivano le leggi “fascistissime”, che marcano la transizione da un regime democratico alla dittatura: il Primo Ministro non risponde più al Parlamento ma al solo Re; il governo può emanare norme giuridiche senza interventi di garanzia del Parlamento; i giornali, per avere legalità, devono avere un responsabile riconosciuto dal prefetto (e dunque dal governo); lo sciopero viene proibito e solo i sindacati riconosciuti possono accedere alla contrattazione collettiva. Inoltre, tutte le associazioni vengono soggette al controllo della polizia, le amministrazioni locali sono sostituite da autorità di nomina governativa, viene istituito il confino di polizia per gli oppositori, la polizia segreta (l’OVRA) e il Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

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